di Luciano Trapanese

A Ischia come ad Amatrice, un anno dopo. E un anno dopo si ripetono le stesse parole, le stesse scene, lo stesso allarme: abitiamo in un Paese ad alto rischio sismico, ma tanti edifici non sono adeguati a resistere a scosse di grado neppure così elevato.

Cercare i colpevoli di quello che è stato (abusivismo, costruzioni in zone a rischio, cemento impoverito), serve solo ad alimentare lo sterile coro delle polemiche. Che segue puntuale le gare di solidarietà, gli accorati appelli a «fare presto», le ripetitive frasi «non lasceremo soli gli ischitani».

Resta però questa emergenza perenne, evocata solo dopo i disastri e poi puntualmente dimenticata. In un incosciente tiriamo a campare, che è la cifra di questa nazione.

Molti comuni continuano a non avere piani di evacuazione, una segnaletica adeguata. Niente di niente. E non è mai partita – ma neppure immaginata -, una massiccia opera di messa in sicurezza delle zone più esposte al rischio terremoto (quasi tutta la Penisola, purtroppo).

Eppure lo sanno tutti – e lo dicono anche – costa di più intervenire dopo che prima. Senza contare le vittime, le comunità devastate, l'economia di interi territori azzerata.

Terremoti e rischio idrogeologico (accentuato dagli incendi e dai cambiamenti climatici): due facce della stessa medaglia. Due questioni irrisolte, mai affrontate davvero. Che pesano sul futuro di questo Paese. Sulla sicurezza di milioni di persone.

Da più parti si è invocato una sorta di piano Marshall. Una imponente opera di autotutela del territorio, dei comuni, dei beni artistici, dell'ambiente. E' anche la nostra ricchezza, e quindi il nostro futuro. Eppure, ogni volta, ora più di prima, il ritornello dopo qualche mese è sempre lo stesso: non ci sono soldi.

Ma c'è chi dice – economisti, non noi – che avviare quelle opere significa anche dare una spinta alla ripartenza di un Paese in crisi. Ma forse è chiedere troppo, in una nazione che – evidentemente – preferisce vivere di emergenze continue e irrisolte, in bilico, su un territorio che frana e balla. Sperando in Dio (e per chi non ci crede, nella buona sorte).