Di solito, di me, scrivono gli altri. Qualcuno lo fa con maggiore frequenza, cercando di non dimenticare, altri no. Fanno finta di non ricordare, hanno chiuso a doppia mandata i cassetti dei loro archivi e non si azzardano ad aprirli. Forse hanno paura che possa uscirne un richiamo, forte, alla proprie coscienze. Fa nulla. Ecco perchè ho deciso di far tutto da solo, stavolta.
Parlerò di me, lo farò con l'ostinazione che gli altri non possono avere. Io so come sono andati i fatti, il resto del mondo cerca di ricostruirli. E fino ad ora non c'è riuscito. Sotto con le presentazioni: eccomi, sono un caso insoluto. Non l'unico. Faccio parte di un elenco nel quale sono, purtroppo, in compagnia. Siamo in tanti, diamine quanti siamo. Non credevo che, oltre a quella del sottoscritto, fossero così numerose le storie rimaste senza risposta. Poco importa se in città o in qualche centro della provincia.
Non conta un fico secco il criterio geografico, una pagina di nera è uguale ovunque: nel capoluogo o nel più piccolo e lontano paese. Quelle pagine maledette rimandano al dolore e alle lacrime e alla disperazione. E ai riflettori ed ai flash che si accendono all'improvviso e danno l'impressione che tutto il globo stia con il fiato sospeso in attesa di capire cosa sia accaduto e perchè. E, soprattutto, chi l'abbia combinata grossa.
Poi, d'incanto, le luci diventano sempre più fioche, fino ad annullarsi. Il circo dell'informazione si ritira, c'è altro su cui concentrarsi. “Basta, non tira più...” la parola d'ordine che riecheggia tra menabò e palinsesti. Capitolo chiuso, per loro. Per loro. Ma non per chi ha perso un familiare, un figlio o una figlia in circostanze drammatiche. Ho una buona esperienza, ho notato che quando non viene fatta immediatamente (o quasi) piena luce, le domande diventano, col passare del tempo, fastidiose o giù di lì. Perchè evocano speranze non riscontrate dalla realtà, risultati annunciati e mai diventati concretezza.
La sensazione è che si desidererebbe che non venissero poste, quelle domande. Una sensazione a dir poco sgradevole, ancor di più all'idea che continuino ad andarsene in giro, liberi, coloro che quelle tragedie le hanno scatenate. Stroncando le vite altrui e lasciandone altre, devestate, in balia dei dubbi e dei sospetti, delle illusioni che restano tali. Non sto accusando alcuno, sono consapevole degli sforzi profusi da chi è chiamato a dipanare una matassa ingarbugliata. Spesso ce la fa, spesso no. E sono, inevitabilmente, guai.
Non ce l'ho con alcuno, credetemi. Leggo in continuazione, mi aggiorno quotidianamente. E ogni giorno mi auguro di vedere il mio nome accoppiato, finalmente, ad una soluzione positiva. Non una qualunque, sia chiaro. Ma quella cercata attraverso un lavoro rigoroso e corretto, capace di resistere ad ogni assalto. Sogno che compaia quel participio passato: risolto, che occupa i miei pensieri e di quelli che mi volevano bene. E me ne vogliono ancora. Sono stanco di restare ancora per chissà quanto, magari per sempre, un caso insoluto.
(testo raccolto da Enzo Spiezia)