di Luciano Trapanese
Il caso Mastella riapre una questione irrisolta sulla giustizia italiana. Nove anni da indagato, una carriera politica massacrata, la famiglia coinvolta e alla fine: assoluzione. Non è l'unico caso, anzi. Capita spesso, quando la giustizia fa rima con altro: personalismi, ambizioni, voglie mediatiche. Un corto circuito che manda all'aria l'equità di giudizio, la capacità di distinguere tra la verità e quello che l'accusa vorrebbe fosse la verità.
Nove anni – nel caso di Mastella – ma solo per arrivare alla sentenza di primo grado. Diciamolo: uno sconcio. E una sconfitta per la giustizia, per l'intero sistema.
Ci si affanna a discutere la legge sulle intercettazioni, ma il male – quello vero – è molto più profondo.
Ha suscitato vasta eco il caso Mastella. Perché è un personaggio pubblico, perché quell'inchiesta ha di fatto sancito la fine del governo Prodi, il ritorno di Berlusconi e in qualche modo è stato un crocevia importante per la storia di questo Paese.
Ma ci sono tanti casi, meno noti, ignorati dalle cronache. Tante storie processuali, iniziate in pompa magna, con arresti, conferenze stampa, gogne mediatiche, vite e aziende distrutte o danneggiate, che si consumano in silenzio nelle aule di giustizia. Accuse che si sfaldano, fiaccate dalla debolezza o superficialità di alcune indagini, dalla scarsa attendibilità di testimoni o da molto parziali – se non fantasiose - ricostruzioni dell'accusa. E che si concludono inevitabilmente con l'assoluzione. O con la prescrizione: che a volte non è una scelta degli imputati, ma dei pubblici ministeri (si evitano figuracce).
Un Paese che ha tacciato i garantisti (che una volta erano a sinistra), di connivenza con il potere. E assunto senza reticenze le posizioni dell'accusa (stampa compresa, naturalmente. Anzi, stampa soprattutto).
E' una male con il quale conviviamo da sempre, ma che è esploso in quella stagione storicamente ancora indefinibile – nonostante le serie tv – meglio nota come Mani pulite. E' stato allora che i magistrati sono diventati delle star (famosa una copertina dell'Europeo con Di Pietro nei panni di Superman). Soprattutto gli inquirenti.
E' stato in quei giorni che alcuni pubblici ministeri sono stati ammaliati dal palcoscenico, dalla notorietà. Prima di allora, quasi sempre, il nome dei giudici e dei piemme neppure veniva citato negli articoli di cronaca. E a pensarci oggi, forse era una bene.
Ma non è certo solo colpa di alcuni magistrati. O di investigatori che arricchiscono i fatti con la fantasia. E' la macchina giudiziaria che è inceppata da tempo. Per venti anni è stato fatto di tutto per contribuire a rendere farraginoso l'iter processuale. Un po' la risposta della politica al protagonismo dei giudici. Un po' il desiderio di qualche leader di incartare dei processi.
Risultato: stop alle assunzioni, taglio dei fondi, leggi fatte apposta per rendere meno agevole il lavoro di inquirenti e giudicanti.
La conferma arriva proprio dai numeri dei processi in via di prescrizione. Che da una parte raccontano inchieste giudiziarie che non hanno retto in aula. Dall'altra la lentezza imposta alla magistratura dai tagli e dalla burocrazia.
I dati sono relativi al 2015, ma sono in costante crescita. I processi prescritti sono stati 132.739. Avete letto bene. Per quei processi ci sono state indagini, arresti, articoli sui giornali e processi interminabili (e mai terminati). Tutto questo ha un costo rilevante. Per chi è stato accusato ingiustamente, per le vittime che non hanno avuto giustizia, per lo Stato che ha sborsato inutilmente un fiume di denaro.
E in quella cifra monstre, come potete immaginare, non ci sono solo i Mastella. Ma tanti cittadini e imprenditori, finiti nella morsa della giustizia per anni e anni. Senza un perché. O meglio senza neppure aver mai avuto neppure l'onore di essere giudicati.