Il sogno che diventa incubo, le lodi sperticate che si trasformano in ironia. Il Benevento, la piccola squadra di provincia, che fa il doppio salto in due anni dalla C alla A fa notizia e stimola le “penne” più importanti del panorama nazionale. La stessa piccola realtà che avrebbe voluto sfidare le grandi del calcio italico e che fa incetta di sconfitte scatena ora l’ironia di tutti, non più solo calciofili ma pure sociologi, politicanti, cabarettisti, semplici osservatori. Così va il mondo, De Coubertin non va più di moda. “Siamo la barzelletta d’Italia” è la frase che si legge più spesso sui social da parte di qualche tifoso che si sente tradito. Neanche la serie A, il campionato più importante d’Italia, serve a fare da scudo alle sconfitte. Il record di ko consecutivi rimarrà scolpito negli annali e nella mente di molti, quasi a cancellare l’impresa di giugno. Il calcio italiano stritola ogni cosa, anche i sogni. E dimentica in fretta quella che è stata una conquista inebriante per un’intera città. Si scende dal treno dei vincitori, tanto velocemente così come qualcuno vi era balzato su. La squadra in A doveva essere il volano per una città che è in ginocchio in tanti settori, ma l’economia che non decolla non può essere una colpa da addossare alle vittorie sportive che non arrivano. La A e le sue squadre più importanti sono ancora lì, chi ha idee per farla diventare un business si faccia avanti.
Piange il cuore per quello zero in classifica, e come negarlo?, amareggia non riuscire a stare agganciati neanche al gruppo delle piccole. Ma da qui a vergognarsi di questo calcio ce ne passa. Sono altre le cose di cui vergognarsi nella vita. E anche nel calcio, dopotutto, c’è di peggio. Molti hanno cancellato dalla mente quello che accadde tre anni fa nella opulenta Parma, una delle sei province più ricche d’Italia. Il balletto dei presidenti (a Ghirardi succedettero Doca, l’albanese Taci, Kodra e infine Giampietro Manenti, che rilevò la società per un euro assumendosi il deficit complessivo di 218 milioni di euro e finì in manette per una vicenda di trasferimenti di capitali illeciti). Quel Parma chiuse il campionato con 7 punti di penalizzazione, con due partite in cui i giocatori si rifiutarono di andare in campo e che furono poi recuperate solo perché la Lega decise di utilizzare a favore dei calciatori il fondo delle multepagate dalle altre società. Lo stesso Ghirardi finì indagato per bancarotta fraudolenta. Ecco, se proprio ci si deve vergognare di una squadra di calcio, si dovrebbe subire qualcosa che somigli a tutte queste disavventure. E si badi bene che esempi come quello del Parma non sono proprio unici. Nel 2010-11 toccò al Bologna andare vicino al default ed essere accompagnato dalla mano consenziente della Lega fuori dalla bufera. Ma la società fu la prima ad essere penalizzata di tre punti in A per gli stipendi non pagati. Il Benevento ha i conti a posto e un patrimonio sportivo mai detenuto finora che è da difendere ancora con le unghie e con i denti. Perché gli incubi, a volte, si possono anche dissolvere.
Franco Santo