Le sentenze, di solito, allentano l'attenzione dell'opinione pubblica perchè consegnano alla sua valutazione il convincimento, espresso da chi è stato chiamato a giudicare, rispetto a quanto è emerso dal confronto tra le parti nel corso di un processo. Nel caso dell'omicidio di Antonello Rosiello, ucciso a colpi di pistola nelle prime ore del 25 novembre del 2013, non è andata allo stesso modo. E non per la pronuncia della Corte di Assise, che sarà appellata, ma per le polemiche che continua a trascinarsi dietro.
Le prime erano scattate agli inizi del 2015, quando il Riesame aveva scarcerato Paolo Messina, all'epoca 33enne, reo confesso del delitto - anche se con motivazioni, quelle della legittima difesa, illustrate dalla difesa ma non accolte dalla Corte, che l'ha condannato a 25 anni per omicidio volontario-, per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Un errore della Procura che l'avvocato Angelo Leone, difensore dell'allora indagato, aveva sfruttato in punta di diritto.
Dopo tredici mesi o poco più trascorsi in cella, Messina era dunque tornato in libertà: una condizione che, seppure intervallata, in più di un'occasione, dall'arresto per violazione della sorveglianza speciale, ha mantenuto per tutta la durata del dibattimento. Ha preso parte a quasi tutte le udienze, non c'era nell'ultima, conclusa con la decisione dei giudici. Era martedì scorso, erano da poco passate le 18.30 quando era stato letto il dispositivo. Messina non era in aula. Nè a casa, probabilmente.
E' da quella sera che ha fatto perdere le sue tracce, colpito da un ordine d'arresto chiesto dal pm Miriam Lapalorcia dopo la sentenza, sul presupposto del pericolo di fuga, ed adottato dalla stessa Corte d'Assise. Inevitabile, anche stavolta, lo stupore della gente comune, che torna a chiedersi come sia stato possibile. Gli interrogativi si sprecano, manco a dirlo. La Squadra mobile lo sta cercando: dove si nasconde Paolo Messina?
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