Nei suoi occhi profondi come il mare in cui ha visto annegare sua sorella c’è tutto il dolore del mondo. Ha 18 anni il fratello di Osaro Osato, una delle giovani donne arrivate cadavere in città lo scorso 5 novembre, a bordo della nave spagnola Cantabria, ma questa mattina, durante i funerali delle ultime vittime di una tragedia umanitaria che dura ormai da anni, ne dimostrava almeno il doppio quando parlava delle cose terribili viste in Libia nei sei mesi antecedenti alla sua partenza per l’Italia. Ma anche la metà quando dalla sua bocca uscivano, bisognose del coraggio necessario per sopravvivere, le parole “my sister”, mia sorella, pronunciate come un sospiro d’amore interrotto.
“Mia madre era molto orgogliosa di lei”, racconta con lo sguardo fisso del vuoto ma pregno di una dignità spesso sconosciuta ai suoi coetanei nati nella parte “fortunata” del mondo. Ha lasciato in Nigeria, il suo Paese d’origine, altri tre fratelli, oltre i suoi genitori: “Io e mia sorella avevamo deciso di partire per venire in Italia, dove speravamo di andare a scuola e di ricominciare una nuova vita lontana dalla disperazione”, dice in un inglese stentato. Prima di salire sul barcone che avrebbe dovuto traghettare lui e sua sorella verso il futuro sperato, il ragazzo aveva trascorso sei mesi in Libia - “un posto terribile, dove si spara di continuo e si uccide anche per delle sciocchezze” – poi la partenza dal drammatico epilogo. Intorno a lui, mentre ripercorre sommariamente i tragici momenti in cui la sua vita e quella della sorella si sono separate per sempre, ci sono alcuni suoi amici, compagni di viaggio, giovanissimi come lui, con i suoi stessi occhi in cui la paura è ancora visibile e forse lo sarà per sempre. Tutt’intorno altri migranti, alcuni ormai integrati nella comunità salernitana, ospiti dei centri Sprar, arrivati nei tanti sbarchi che Salerno ha visto da quando la prima nave carica di disperati è arrivata in città.
Con loro tanti operatori, mediatori culturali, rappresentanti delle associazioni che stanno facendo di tutto per dare il loro apporto nella creazione di futuro all’altezza delle aspettative di questi ragazzi senza passato. Tra di loro Antonio Bonifacio, del centro Migrantes della Diocesi: “Vogliamo dedicare il nostro pensiero e la nostra preghiera per le 26 ragazze morte in mare – ha detto - per tutti coloro che, per la ricerca di una vita migliore per sè e per i propri cari, muoiono in viaggio, muoiono ai confini. Vogliamo dedicare il nostro pensiero e la nostra preghiera per i compagni di viaggio che accanto vedono morire gli amici, i parenti, i compagni di partenza, ma anche per tutti i cari, i parenti, le madri, i padri, i fratelli che vivono nell'attesa di una chiamata di arrivo alla costa della salvezza e per tutti coloro che, invece, non riceveranno mai la chiamata attesa e che vivranno il dolore di un affetto spezzato, perso. Infine vogliamo dedicare il nostro pensiero e la nostra preghiera affinchè, nel ricordare i migranti morti lungo il viaggio, siamo sempre più disponibili ed accoglienti verso coloro che incontriamo nelle nostre strade, nelle nostre chiese, nella nostra quotidianità”.
Fiorella Loffredo