Quando si ottiene la prima vittoria della storia in serie A, forse è sbagliato parlare solo di una persona. Grandi meriti c'è l'ha De Zerbi che ha saputo dare una impostazione tattica ordinata a un Benevento che aveva perso ogni forma di convinzione, così come diversi calciatori che hanno sempre gettato il cuore oltre l'ostacolo, nonostante le critiche (giuste) e i risultati negativi.
Però mancava tantissimo a questa squadra un elemento che sentisse la maglia giallorossa come una seconda pelle, uno che ti facesse capire cosa significhi giocare per questo pubblico e per questa società. Un pilastro della nostra storia calcistica che ha preso per mano la squadra, sia a Genova che ieri, dando maggiore carica e convinzione soprattutto nel reparto arretrato. Non è un caso, infatti, che negli ultimi 180 minuti la peggiore difesa della serie A abbia subito soltanto un gol su calcio di rigore. Grinta, determinazione, voglia di vincere e amore verso la maglia: questo è Fabio Lucioni, oltre a essere anche un calciatore – lo sottolineamo con forza – di serie A che è arrivato nel massimo campionato italiano troppo tardi, come ammesso da Roberto De Zerbi ieri ai microfoni di Ottochannel.
Pensiamo che la vittoria più bella per “lo zio” sia stato il coro finale della Curva Sud “un capitano, c'è solo un capitano”, in una giornata in cui gli ultras hanno esposto lo striscione “solo per la maglia”. Un messaggio importante, come per dirgli “tu sei l'anima di questa squadra”. L'eccezione che fa la regola, anche se da buon leader Lucioni vorrebbe lo stesso trattamento per i compagni di squadra. Ci sarà tempo e, speriamo, risultati. Adesso è il momento di festeggiare: il capitano chiude il 2017 alla grande, sposando la sua cara Valeria. Poi ci sarà la Sampdoria e il tanto atteso verdetto del 16 gennaio. Nella città delle streghe si fanno riti e scongiuri per permettere al suo calciatore più rappresentativo di diventare l'acquisto più importante del mercato invernale. Perché un Lucioni così serve come il pane.
Ivan Calabrese