Benevento

L'ostinata tenacia dei genitori, allenata dal dolore, e del loro legale, l'avvocato Nunzio Gagliotti, che aveva proposto confronti multipli (tra alcuni dipendenti della struttura e tra i membri dell'equipaggio del 118) si è infranta oggi sulla pronuncia del gip Flavio Cusani: archiviata l'indagine sulla morte di Pellegrino Meoli, un 36enne di San Martino Sannita, avvenuta il 9 ottobre del 2012.

La decisione è arrivata al termine della camera di consiglio convocata dopo la terza opposizione delle parti offese alla richiesta che in tal senso era stata avanzata dalla Procura. Si chiude così un caso del quale ci siamo ripetutamente occupati, di recente rimbalzato anche attraverso gli schermi di 'Chi l'ha visto?'.

Quella di Pellegrino Meoli è la storia di un uomo con il quale il destino non era stato tenero. Era diventato disabile dopo un incidente capitato quindici anni prima, era costretto a quotidiane sedute di recupero e riabilitazione che gli avevano consentito di riprendere una minima funzionalità motoria. Ogni giorno raggiungeva il Centro medico Erre di Sant'Agata dei Goti, dove era seguito nei piccoli ma importanti passi che compiva lungo un percorso complicatissimo. Il suo cuore aveva cessato di battere per un malore improvviso che l’aveva colpito subito dopo il pasto, mentre era seduto a tavola.

Un'operazione, quella di nutrirsi, che non poteva fare autonomamente, senza la necessaria assistenza. Aveva difficoltà di deglutizione che già in passato gli avevano causato problemi, e per questo era stata suggerita una dieta particolare. Infarto, la diagnosi posta all'epoca. Un dramma per i familiari, ai quali i risultati di alcuni esami praticati in precedenza non avevano restituito, a carico del giovane, anomalie di natura cardiovascolare.

Ad alimentare i loro dubbi erano state alcune lettere arrivate tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 alla madre, ed immediatamente consegnate ai carabinieri della Stazione di San Giorgio del Sannio, che avevano ascoltato alcune persone. Lettere nelle quali era stata prospettata una situazione diversa da quella fino a quel momento descritta, con riferimenti ad un soffocamento di cui il 36enne sarebbe rimasto vittima dopo aver ingoiato alcuni pezzi di mozzarella: un alimento che, per le sue condizioni, non avrebbe dovuto mangiare.

Per questo, dopo aver ottenuto il parere di uno specialista, avevano deciso con il loro legale di rivolgersi alla Procura, chiedendo di riesumare la salma per sottoporla ad autopsia. Il pm Maria Aversano aveva affidato l'incarico alla dottoressa Monica Fonzo, nel corso di un'udienza nella quale erano stati nominati i consulenti di parte: il professore Piero Ricci per il papà e la mamma di Pellegrino; e Carmine Lisi, primario di Medicina legale dell’ospedale di Caserta, per i cinque indagati, difesi dagli avvocati Vincenzo Sguera, Luigi Diego Perifano e Bernardino Buonanno.

Il passo successivo era stata la proposta di archiviazione del pm Arturo De Stefano, subentrato dopo il trasferimento di Aversano, anche sulla scorta della consulenza medico-legale. Che aveva ravvisato l’impossibilità di giungere ad una definizione delle cause e dei mezzi della morte, per l’eccessivo stato di decomposizione degli organi. Il papà e la mamma di Pellegrino si erano opposti, nel marzo 2015 il gip aveva stabilito la continuazione delle indagini, al termine delle quali era stata avanzata una nuova richiesta di archiviazione, seguita dall'ulteriore opposizione della parte offesa e da un'altra camera di consiglio.

Nel dicembre 2016 il gip Roberto Melone aveva disposto altri sei mesi di indagini come “doveroso scrupolo investigativo, e attesa la particolarità della vicenda”. Infine, la terza proposta di archiviazione (con relativa opposizione), accolta dal giudice Cusani, che, oltre ad evidenziare che l'attività investigativa non ha aggiunto altro a quanto già emerso, ha sottolineato, sulla scia delle conclusioni della dottoressa Fonzo, che non è possibile risalire alla causa della morte perchè il decorso del tempo ha reso inutilizzabili i reperti istologici.

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