«Sabato pomeriggio andate a farvi un giro nei dintorni della fermata metro di Mergellina. Gruppi di ragazzini tra i 14 e i 17 anni. Vengono da tutti i quartieri già con l’idea già scontrarsi con i coltelli addosso, scendono a Piazza Amedeo per incontrarsi con il gruppo che viene da Marianella, ma li trovate anche al Vomero, stesse modalità, arrivano con la Collinare. Come mai non c’è nessuno ad aspettarli per vedere ‘sti ragazzi cos’hanno addosso? Il ragazzo che hanno arrestato, il 15enne che ha accoltellato Arturo, ha già l’atteggiamento del delinquente consumato! Si vantano di possedere coltelli e cazzottiere! Vi dico una cosa, forse non ci crederete. Qui a via Foria non si è mai sentita la camorra, ma queste baby gang ormai ci fanno paura…. è un problema nazionale, è una cosa incredibile, aggrediscono anche gente adulta come noi».
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E’ la testimonianza di un commerciante di Via Foria, l’uomo che il 18 dicembre scorso ha trovato Arturo in una pozza di sangue steso sotto la pensilina dell’autobus quasi ucciso a coltellate da un branco di suoi coetanei.
Ieri sera l’ultimo episodio. Un 15enne è finito in ospedale con la milza spappolata e altri due coetanei lievemente contusi ma solo perché sono fuggiti ed hanno trovato riparo in un bar.
Il branco una quindicina di ragazzi, è entrato in azione all’esterno della stazione della metropolitana di Chiaiano.
«Anche questa volta nessuno ci ha chiamato per raccontarci quanto successo», dichiara il questore di Napoli, Antonio De Iesu. In pochi mesi più di trenta aggressioni. Vittime e carnefici sotto la soglia dei 18 anni.
Una volta li chiamavano “i muschilli”, ma quelli erano spacciatori della camorra, i moscerini invisibili, imprendibili e sacrificabili. Oggi si sono evoluti. La loro educazione criminale non segue più i canoni della gavetta camorristica, quella che ti costringeva a fare ‘o piezzo, l’omicidio, per fare il salto di carriera. Non serve esperienza, ma la ferocia. Non è necessaria la pistola, basta il coltello. Si fanno di coca, bevono. Quelli che non arrivano in metro hanno lo scooter e si muovono come uno sciame ubriaco nelle strade della movida. Basta un pretesto qualsiasi per scatenare la violenza. Magari banale rifiuto.
«Vuoi venire con noi?» «No grazie, ho da fare», aveva risposto educatamente Arturo alla banda di ragazzini che lo aveva fermato sotto casa mentre rientrava dallo studio medico doveva aveva ritirato un certificato per il fratellino Fabrizio. Oppure uno sguardo di troppo, come è accaduto a quei ragazzi davanti al bar del Vomero, la sera del 23 dicembre.
«Noi veniamo da zone povere della città, ci siamo fatti un giro al Vomero, quando quelli ci hanno guardato è stato istintivo fermarci, ce la siamo presa con loro, sono quelli più fortunati».
È l’assurda spiegazione che il 16enne coinvolto nella rissa ha fornito ai carabinieri. Il branco contava 16 ragazzi, tutti provenienti da Bagnoli. Non sapevano che le vittime individuate, prese a coltellete e caschi in testa, non erano del Vomero. Quei ragazzi venivano dai Ponti Rossi e come loro avevano deciso di lasciare la periferia per la serata e farsi un panino nella zona della movida. Già, la movida. Quel groviglio di decibel e bottiglie vuote in cui ogni sera si perdono migliaia di persone. Shortini a un euro, discoteche improvvisate davanti ai bar che non hanno la licenza per occupare il suolo pubblico ma mettono i tavolini pure sulle strisce pedonali. E parcheggiatori abusivi che ormai portano nelle tasche della camorra quasi più degli spacciatori. Parcheggiare l’auto a Coroglio, nei due chilometri che circondano le discoteche, costa cinque euro, è risaputo. Un guadagno netto di quasi 10mila euro a serata. Poco importa se al mattino i residenti che non hanno dormito devono fare lo slalom tra vomito e rifiuti per ritrovarsi poi magari i vetri dell’auto spaccati da un mattone perché qualche giorno prima si sono permessi di lamentarsi. E così i comitati scendono in piazza, manifestano sotto la Questura e sotto il Comune.
«A Napoli si è rotto il patto sociale di convivenza civile – dice Gennaro Esposito del Comitato per la Quiete Pubblica napoletana -. E' ora di dire basta, abbiamo già avviato le azioni legali contro il Comune. Ma anche le forze dell'ordine non sono preparate a tutelare il cittadino. Chiediamo più controlli, ma controlli veri non per finta».
E siamo al solito dilemma. Repressione o prevenzione. E qual è il giusto dosaggio? Di quante pattuglie e quante divise in strada avrebbe bisogno Napoli? Si chiede maggiore presenza dello Stato, ma lo Stato deve essere presente in tanti modi. Sul piano della giustizia, e sul piano educativo. E a dirlo è Maria Luisa Iavarone, la madre di Arturo, il 17enne quasi ucciso in via Foria: «Ci vuole una pena esemplare per questi ragazzi: ma poi anche misure di carattere rieducativo. Non credo sia utile riconsegnare alla società nel giro di qualche mese dei piccoli criminali che saranno diventati criminali superiori se il sistema giudiziario non sarà stato capace di intervenire anche sul piano del cambiamento di queste persone».