di Luciano Trapanese

Le frasi attribuite al presidente Trump, e pronunciate nello studio ovale, contro gli immigrati africani, di Haiti e del Salvador, ritenuti provenienti di nazioni «cesso», hanno suscitato comprensibile indignazione. Ma non sono una novità negli Usa. Anche se si deve tornare al 1924, cinque anni prima della grande recessione, e alle frasi formulate – in una conferenza nazionale sull'immigrazione dal presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, che sintetizzavano brutalmente il pensiero già espresso dal Congresso: «Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»,

Il riferimento era alle persone provenienti dall'Europa meridionale. In particolare agli italiani (nessuna distinzione nord/sud, visto che la gran parte degli emigranti partiva da Campania, Sicilia e Veneto). Senza escludere gli ebrei, naturalmente (e molto prima di Hitler).

Proprio quell'anno il Parlamento Usa ha varato la riforma dell'immigrazione, che è stata in vigore fino al 1965, e che delineava in modo chiaro la «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera».

Nel 1924 si decise di classificare gli immigrati (degli asiatici non si parlava proprio, erano stati del tutto esclusi: eppure migliaia di cinesi sono morti per realizzare la rete ferroviaria americana). Era stata creata una scala di preferenza. I nord europei venivano privilegiati, proprio per la loro origine. Gli altri, in particolare gli italiani, erano in fondo alla lista: indesiderati.

Quelle teorie razziali, come scrisse uno storico dell'immigrazione, e come riprende il New York Times, «sarebbero poi diventate la prima bozza dell'ideologia ufficiale della Germania nazista».

Oggi come allora, in Usa come in Italia (che ha completamente rimosso quei decenni di costante umiliazione), il dibattito era incentrato sul lavoro: gli immigrati si accontentano di poco e fanno calare gli stipendi. Tutto a danno – in quel caso – dei cittadini americani.

Ma oggi come allora non era assente una retorica decisamente razzista. La classificazione serviva infatti anche a preservare la razza nordica, quella che – secondo i fautori della riforma – aveva in origine colonizzato gli Stati Uniti.

E ancora, come oggi qualche complottista parla di invasione per sostituire gli italiani (o gli americani), per creare forza lavoro a basso costo, anche negli Usa si dicevano le stesse cose. Un secolo fa.

Gli autori del progetto di riforma del 1924, avevano letto un libro di Medison Grant che avvertiva: «Il Paese è in pericolo, è in atto la sostituzione di un tipo superiore con uno inferiore. Tutto questo può essere evitato solo se il nativo americano usa la sua intelligenza superiore per proteggere se stesso e i suoi figli dalla competizione con i popoli intrusivi prosciugati dalle razze più basse dell'Europa meridionale e orientale».

Noi italiani, tra le razze più basse. E non solo per una questione di statura...

La norma del 1924 prevedeva che il numero di visti concessi a ciascun Paese non potesse superare le quote annuali in base al numero di persone che da quella stessa nazione già vivevano negli Stati Uniti a partire da un censimento effettuato nel 1890. Prima cioè che il flusso di nuovi americani avesse iniziato a coinvolgere anche nazioni che non facevano parte dell'Europa settentrionale.

In pratica: gli unici nuovi immigrati che sarebbero stati autorizzati ad arrivare avrebbero dovuto agire e parlare come gli americani che già vivevano negli Usa.

Per un senatore dell'epoca, David Reed, «l'immigrazione dovrebbe rappresentare per quanto è possibile un'America in miniatura, che assomigli alle origini nazionali delle persone già insediate nel nostro Paese». Off limits dunque, anche agli italiani. Razza inferiore.

In pratica: inglesi e tedeschi erano benvenuti. Il resto d'Europa un po' meno. Italiani, greci ed ebrei molto meno.

Eravamo considerati come gli africani oggi. Sulla base di considerazioni non legate solo all'economia ma su veri pregiudizi razziali.

Del resto, una donna siciliana sarebbe stata linciata in Usa perché – a causa della pelle scura – era stata scambiata per una donna di colore.

Ma il razzismo ha i suoi paradossi.

Oggi sono i globalisti, i più convinti antirazzisti, a sostenere – proprio negli Usa – che gli italiani abbiano tutti radici africane, facilmente riscontrabili nel loro dna. Tesi contro la quale si scagliano con forza i razzisti: non è vero gli italiani sono europei come i tedeschi.

Il motivo? Un americano su cinque ha sangue italiano nelle vene, se fosse vera la tesi dei globalisti, un quinto degli abitanti bianchi degli Stati Uniti avrebbe discendenze africane. Provenienti cioè da quel continente che il presidente Trump ha definito in modo a dir poco volgare.