Avellino

 

di Andrea Fantucchio 

«Ci vediamo fra qualche ora», salutavano l’autista ed entravano in azione. Erano armati di pistole e mazze da baseball. Prima di entrare in casa si toglievano le scarpe per non fare rumore. Sceglievano appartamenti privi di sistema di sorveglianza. All’occorrenza impiegavano pochi minuti per scardinare gli infissi di porte e finestre. Il "gruppo d’azione” non superava mai le cinque persone. Ma la banda era molto più estesa: due italiani e sedici albanesi. Sono accusati a vario titolo di rapine e furti aggravati, ricettazione ed estorsione. Per due anni, dal 2015, hanno seminato il panico fra Lazio e Campania. Non hanno risparmiato l’Irpinia: dove hanno agito quattro volte.

Come è nata l'indagine

L’indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere parte nel 2015. Dopo una rapina in un’abitazione di Liberi, comune dell’Alto-Casertano, dove uno dei malviventi aveva avuto una violenta colluttazione con un amico del proprietario di casa che l’aveva messo in fuga. Erano state repertate alcune macchie di sangue poi analizzate nei laboratori del Racis dell’Arma (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche), che era riusciti ad identificare due dei banditi, di nazionalità albanese. 

Come agiva la banda

E’ iniziata l’attività di intercettazione. Gli investigatori hanno ricostruito gli spostamenti e le modalità con le quali agiva la banda. Gli albanesi si riunivano nel luogo prescelto per mettere a punto i colpi. Spegnevano i telefoni cellulari per non essere localizzati. E’ allora che venivano definiti i ruoli ed i compiti di ciascuno. I ladri si facevano accompagnare a notte fonda nella zona scelta per i furti. L’autista tornava all’alba. In casa camminavano senza scarpe, indossavano cappucci e passamontagna. Erano armati per fronteggiare ogni evenienza. Prima di andare via rubavano le chiavi dell’auto dei residenti. Si impossessavano del veicolo che poi parcheggiavano in zone sicure. Qualche giorno dopo i furti i due italiani contattavano i proprietari chiedendo la cifra da versare per riavere indietro l’auto. Se le operazioni non andavano a buon fine consegnavano i mezzi a ricettatori di fiducia che, con l’aiuto di officine compiacenti, sapevano già a chi piazzarle. Altre indagini mirano proprio a chiarire il ruolo svolto dai mediatori. 

Non esitavano a sparare

La banda eseguiva anche più colpi nella stessa notte e poi si dileguava. Tra gli episodi più cruenti un furto in abitazione avvenuto a Giugliano, in Campania, a maggio del 2017. Un agente aveva scoperto i ladri e loro gli avevano sparato. Ne era nato uno scontro a fuoco che aveva portato alla cattura di uno dei criminali. Alcuni degli albanesi erano già stati arrestati in passato ed espulsi, ma erano poi rientrati clandestinamente in Italia per commettere altri reati.

I colpi in Irpinia

Ad Avellino dal dicembre del 2016 al febbraio del 2017 hanno agito quattro volte. Sono state svaligiate delle abitazioni a Contrada Pennini, via Tagliamento e Contrada Scrofeta. I ladri hanno portato via oro, contanti, argenteria, gioielli, orologi di marca e perfino della biancheria. Nel mezzo anche un colpo fallito a San Michele, frazione di Pratola Serra, sventato dalla presenza di un residente. 

I quattro albanesi che componevano il “gruppo d’azione” sono stati destinatari di misure cautelari eseguite dai carabinieri di Avellino che si sono occupati delle indagini sui "fatti irpini": tre di loro sono finiti in carcere e un altro ha l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Complessivamente l’inchiesta è sfociata in nove misure cautelari in carcere, una ai domiciliari, sei obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. Altri due indagati si trovano in Albania.