di Luciano Trapanese

La questione della privacy su internet è diventata finalmente priorità. Per anni è stata ritenuta una pretesa antica, analogica, inutile. La vicenda che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica, le possibili influenze sulle elezioni di Trump, sul voto per la Brexit e non solo, hanno riproposto il tema, in termini questa volta preoccupanti.

S'è sempre detto: se usi uno strumento gratis il prodotto sei tu. E questo vale non solo per Facebook o Google, ma per tutti gli altri attori del web e quella miriade di app scaricate sui vostri cellulari.

Ora si parla di riforme strutturali, di un ripensamento globale del business sul web. C'è chi propone di rendere strutture pubbliche i big data, chi ritiene sia meglio eliminare gli annunci e la raccolta di informazioni in cambio di un abbonamento. Ma sono ipotesi che si spengono un secondo dopo averle pronunciate: per quale motivo Fb e Google dovrebbero rinunciare a un modello commerciale che ha segnato il loro straordinario successo?

Si cerca una strada. La politica dovrebbe dettare le regole. Indicare i percorsi. Proteggere la privacy dei cittadini. Difendere anche – secondo tesi sempre più concordanti – le democrazie occidentali dall'intrusione telematica di chi vuole influenzare in negativo l'opinione pubblica.

E' stato proprio questo passaggio, questo pericolo (o consapevolezza), a spingere in alto il dibattito sulla privacy: essere bombardati da messaggi pubblicitari personalizzati può essere fastidioso, ma certo è meno preoccupante della possibilità che con gli stessi sistemi si possa condizionare la scelta politica di parte dell'opinione pubblica.

Il sospetto nei confronti dei giganti della tecnologia – come rileva il New York Times – è un sentimento nuovo negli Stati Uniti. Non così in Europa, e per ragioni culturali che risalgono al fascismo, alla Gestapo nazista, all'occupazione sovietica dell'Est e alla guerra fredda.

In queste circostanze, mentre gli americani sperano sia il mercato a dettare le regole, gli europei si rivolgono allo Stato.

E' accaduto anche questa volta. E prima che esplodesse il caso di Cambridge Analytica. Da maggio sarà in vigore in tutta l'Ue una nuova legge sulla privacy. Saranno imposte agli operatori del web regole molto severe: i dati personali sono di proprietà dei singoli individui, qualsiasi utilizzo deve essere autorizzato – con un sì o un no - , e dopo aver ricevuto una richiesta scritta con un linguaggio chiaro e in modo conciso. Le violazioni saranno punite in modo duro, fino all'imposizione di multe che arrivano al 4 per cento del fatturato annuo della società inadempiente.

E' naturalmente ancora troppo poco. Ma è un piccolo passo. Un altro è la consapevolezza dei singoli utenti rispetto al valore dei dati personali. Ma restano tanti interrogativi, e non riguardano solo i giganti del web. Ma ognuno di noi. Davvero siamo così influenzabili da messaggi creati ad arte e fatti circolare sui social? Continueremo a svendere le nostre considerazioni, emozioni e ricordi più personali sulle pagine di un social? La sfiducia nei confronti di alcuni aspetti della rete svanirà presto appena passata questa ondata di notizie?

Molti media stanno coprendo la storia con enfasi e allarmi. Alcuni sono fondati, altri molto meno. Di certo non bisogna commettere un errore: immaginare che i partiti antisistema siano cresciuti esponenzialmente in tutto il mondo occidentale solo perché hanno utilizzato i social in un certo modo. Il web resta pur sempre un veicolo, il malessere, la protesta, la rabbia, la sfiducia e la disillusione abitano altrove, non solo dietro lo schermo di un pc o di uno smartphone.