di Andrea Fantucchio
Archiviate le indagini su medici e infermieri dell'ospedale "San Giuseppe Moscati" accusati per la morte di C.S., 84enne di Atripalda, deceduta nel 2014. I parenti della vittima avevano sporto denuncia facendo riferimento a un'iniezione che si sarebbe rivelata fatale. Erano così state indagate dieci persone rappresentate dagli avvocati Alberico Villani, Raffaele Bizzarro, Antonio Rauzzino, Giovanni Antonio Cillo e Carlo Carandente Giarrusso.
Per l'archiviazione proposta dal pm, Cecilia De Angelis, e accolta dal gip, Vincenzo Landolfi, si sono rivelate decisive le conclusioni vergate dai consulenti della Procura: i dottori Carmen Sementa, Perna e Luca Lepore. Consulenze che hanno accertato come l'84enne, da molti anni, fosse affetta da patologie pregresse rispetto a quelle che avevano reso necessario il suo ricovero, in particolare una cardiopatia cronica che le imponeva di portare il pacemaker.
Nell'agosto del 2014 era stata ricoverata al Moscati per una pancreatite acuta. Durante la degenza – come ricostruito dai consulenti – era stata sottoposta ai trattamenti specifici per questa patologia con un continuo monitoraggio dei parametri virali. Poi le era stato eseguito un intervento chirurgico urgente di laparatomia (incisione chirurgica all'addome). Alla quale – scrivono gli specialisti – "era seguito un decorso post-operatorio regolare fino a inizio settembre quando si era manifestato un peggioramento clinico, sfociato in un arresto cardiaco". Le manovre di rianimazione si erano rivelate inutili: la donna era morta. Sul decesso - per i consulenti - avrebbero inciso i problemi cardiovascolari pregressi uniti al peggioramento delle condizioni cliniche post-operatorie.
Inoltre, il medico legale Luca Lepore ha evidenziato come «alla luce di un “accesso venoso non funzionante”, debba ritenersi inverosimile che alla paziente sia stato somministrato calcio gluconato per via parenterale, come sostenuto dai denuncianti». La decisione del giudice tiene poi conto, fra le altre cose, dei verbali di polizia giudiziaria. Dai quali emerge come il figlio della donna, nell'immediatezza dei fatti, non abbia riferito “se e con quali modalità l'infermiera ha somministrato farmaci alla madre”.