di Luciano Trapanese
Le abbiamo spesso incrociate le vittime di stupri. Poco prima della deposizione in aula o in procinto di affrontare un incidente probatorio davanti al gip. Spesso terrorizzate. Non solo per le domande alle quali avrebbero dovuto rispondere, dal prevedibile “assalto” dei difensori degli imputati, che per evidenti ragioni mirano a due obiettivi: dimostrare che non c'è mai stato alcun rapporto sessuale o, in alternativa, che in fondo lei, la vittima, “ci stava”. A intimorire quelle donne era anche altro: il faccia a faccia con l'imputato. Il confronto con lo stupratore. Sentirsi addosso quegli stessi occhi e ripercorrere nei dettagli quell'esperienza. Una seconda violenza. Vissuta oltretutto quasi in pubblico.
E' solo uno dei tanti limiti della giustizia italiana sulla violenza ai danni delle donne. Limiti che partono già in fase di denuncia, quando spesso vengono sottovalutate o giudicate in modo forse superficiale le denunce delle vittime di aggressioni da parte di mariti o compagni violenti.
Proprio per questo – e dietro la spinta di associazioni, ma anche di ripetuti fatti di cronaca – il Csm ha deciso di correre ai ripari. Le leggi ci sono (sul femminicidio e sullo stalking), ma non ci sono gli strumenti e le competenze per agire in modo efficace. La gestione dei casi non è uniforme: lì dove c'è una determinata sensibilità, i casi si affrontano in un modo. Altrove si agisce in un altro, magari sbagliando.
Anche il Spaziodonna di Salerno ha più volte sottolineato queste mancanze. Sono spesso le associazioni, le volontarie, a farsi carico delle situazioni più a rischio. Ma è una lotta impari. Combattuta senza fondi (la Regione Campania lo ha candidamente ammesso), con poche e inadeguate strutture, e con normative applicate a fasi alterne.
Il Consiglio superiore della magistratura sta impostando delle linee guida che magistrati e polizia giudiziaria dovranno seguire quando si trovano di fronte a casi di violenza sulle donne. Una prima bozza è stata pubblicata da La Repubblica. Si tratta di un documento sommario, ma che contiene in nuce le risposte alle evidenti inadeguatezze che sono emerse in questi anni, e sono costate la vita a decine di donne, uccise dai partner anche dopo aver più volte denunciato di essere state picchiate e minacciate.
La parola d'ordine è specializzazione. Sia da parte dei magistrati, sia degli investigatori. Il reato non può essere trattato come un furto, una rapina o una frode fiscale. Ha bisogno di valutazioni diverse e anche di un personale capace di applicare un protocollo elastico – ma preciso – sugli interventi da adottare in questi casi.
Con una consulenza psicologica che deve essere costante e non legata alla casualità.
Qualche settimana fa sono state le assistenti a dover accompagnare in una casa di accoglienza (sempre a Salernouna donna abusata e minacciata dal compagno. Minacciata di morte, per capirci. Con il rischio e il timore di essere seguite dall'uomo.
E' solo un esempio, come tanti.
C'è poi la questione processuale. E quindi impedire alle vittime di testimoniare alla presenza e sotto gli occhi del presunto stupratore. Il Csm consiglia di utilizzare gli stessi strumenti di tutela adottati per i collaboratori di giustizia: deposizione in video conferenza o – se in aula – almeno protette da un paravento.
Soluzioni di semplice buon senso. Ma che la mancata adozione ha provocato alle vittime ulteriori traumi. Al punto che molte donne abusate hanno deciso di rinunciare a chiedere giustizia.