di Luciano Trapanese
Può accadere anche qui. Lo sappiamo, non siamo immuni, non è in vigore un Lodo Moro, quello che ci avrebbe evitato – negli anni '70 – gli attentati dei palestinesi.
La storia del giovane gambiano invitato a lanciarsi sulla folla napoletana dopo il suo giuramento all'Isis non può sorprenderci. E' un terrorismo fai da te, che non ha bisogno di organizzazioni o armi. Basta una “radicalizzazione”, il giuramento sui social al Califfo, e un ordine. Almeno è quello che sostengono gli inquirenti della procura di Napoli che hanno arrestato Alagie Touray, il 21enne gambiano, ritenuto pronto a commettere una strage nel capoluogo partenopeo.
Ha funzionato l'apparato investigativo, il controllo dei social, la rete di intelligence. Una struttura – temprata negli anni dalla lotta alle Br e al crimine organizzato -, che molto probabilmente ci ha consentito di evitare, per ora, che nel nostro Paese scorresse sangue a opera di terroristi islamici.
Le altre ragioni sono semplici ipotesi, ma che hanno un certo credito. La prima: in Italia c'è una situazione diversa rispetto alla Francia o all'Inghilterra. Non ci sono immigrati di seconda o terza generazione, magari mai inseriti nel contesto sociale e attratti dal richiamo dell'Isis. E non ci sono neppure le banlieu, quartieri ghetto delle periferie metropolitane francesi, spesso abitate solo da cittadini di origine araba a nordafricana.
La seconda ipotesi è di mera opportunità (per i terroristi). L'Italia rappresenta quasi sempre un passaggio obbligato per arrivare nel cuore dell'Europa, evitare di “incattivire” il nostro Paese, garantisce o almeno rende meno pericoloso questo “passaggio”.
Certo, quando ad agire è un “lupo solitario”, un giovane autoradicalizzato e che ha deciso di colpire senza avere contatti con organizzazioni terroristiche, c'è poco da fare. Bisogna solo sperare nella fortuna.
L'inchiesta della procura di Napoli sul tentato massacro è solo agli inizi. Il 21enne si difende, dice che non aveva nessuna intenzione di compiere attentati, che la sua adesione a Daesh era solo un gioco. Ma quelle sue tracce sul web potrebbero raccontare altro. Il giuramento all'Isis non sembra uno scherzo. E la richiesta di lanciarsi sulla folla con un'auto è arrivata davvero. La risposta: pregate per me sono in missione, non lascerebbe aperte interpretazioni molto diverse. Ma con chi stava comunicando su Telegram il giovane gambiano. Era davvero un combattente dello Stato Islamico? E se sì, da dove chattava? Dall'Italia o dall'estero. E' un reclutatore o un personaggio isolato? Ai magistrati si è limitato a dire: era un amico. Ma non avrebbe saputo fornire altri dettagli.
Per capire davvero cosa si nasconde – se si nasconde – dietro il 21enne arrestato, sarà necessario trovare almeno qualche risposta a queste domande.
Nel frattempo le forze dell'ordine hanno intensificato i controlli per evitare possibili attentati. Lo scorso anno la sterzata decisa.
I dati li fornisce il Ministero dell'Interno. Il Viminale ha espulso nel 2017, 105 persone per radicalizzazione e rischio terrorismo. L'anno prima erano stati 66. Trentasette sono stati invece gli estremisti costretti a lasciare il Paese per motivi religiosi (lo scorso anno 33).
In aumento – per le ragioni che abbiamo citato – il numero dei foreign fighters, gli italiani che hanno deciso di combattere tra le fila dell'Isis. I monitorai sono stati 129, nel 2016 erano 116.
IL timore di attentati con auto o camion ha fatto invece crescere e di molto il controllo sugli autoveicoli, si è passati da 19.653 a 65.878. Le persone controllate sono state 190.909 contro le 77.691 dell'anno precedente.
Numeri che contrastano con il netto calo complessivo dei migranti sbarcati in Italia nel 2017: 120mila. Lo scorso anno erano 180mila.
I controlli sono stati intensificati anche per un motivo preciso: con la fine del Califfato tra Siria e Iraq, il pericolo numero uno per l'intelligence europea è diventato quello dei “combattenti di ritorno”. Terroristi che hanno perso la guerra e potrebbero decidere di portarla sul nostro continente.