di Luciano Trapanese
C'è un virus oscuro e letale, che ha colpito venti milioni di persone. Ma sul quale si sa poco o nulla e scarse sono anche le ricerche, sia epidemiologiche sia per tentare di curarlo. Si chiama HTLV-1, è stato scoperto nel 1980, poco prima (1984), che l'interesse scientifico mondiale si concentrasse sull'Hiv, che ha provocato una epidemia mondiale.
Il virus è endemico nell'Africa sub sahariana, in Sud America, nella Nuova Guinea, nel Giappone e in Australia. In Europa la sua presenza è stata riscontrata con maggiore frequenza in Romania, Francia, Olanda e Gran Bretagna. In Italia ci sono prove meno forti, ma esiste l'alta probabilità che si verifichino infezioni.
Ma cos'è il virus HTLV-1, e perché dovremmo preoccuparci?
Si diffonde con il sangue contaminato, il sesso non protetto e il latte materno. Non esiste una cura, proprio come per l'Aids. Non ha suscitato lo stesso allarme dell'Hiv anche perché ci vuole molto più tempo perché si manifestino i primi sintomi. Fino a 30 anni. Per molto tempo si è pensato fosse asintomatico. Non è così. Comporta complicazioni potenzialmente fatali.
Il dieci per cento delle persone infette sviluppa una leucemia che porta alla morte dodici mesi dopo la diagnosi. Può provocare anche insufficienza renale, malattie polmonari, e una infiammazione del midollo spinale che può causare la paralisi.
In Italia, già tra il 1991 e il 1994 le indagini sui donatori di sangue avevano messo in evidenza la presenza di una piccola percentuale di infetti. Presenza confermata in uno studio più articolato (Istituto igiene preventiva di Genova e Centro Nazionale di Trasfusione della Core Rossa), che ha individuato anche il virus HTLV-2. Erano anche state evidenziate delle differenze: le infezioni di HTLV-1 erano state riscontrate tra extracomunitari. L'HTLV-2 tra i tossicodipendenti.
Una ricerca successiva, più completa, ed effettuata su tutto il livello nazionale, tra i donatori di sangue, ha evidenziato la presenza minima di positivi al test dell'HTLV-1. Ma è una ricerca effettuata su donatori, appunto, e non persone a rischio. Che sono state preventivamente escluse.
Nel febbraio del 2014, il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, ha risposto a una interrogazione sulla diffusione e i pericoli legati al virus.
«Non essendo stati segnalati casi su cittadini italiani di patologie correlate ad infezione da HTLV-I nel nostro Paese, l’interesse negli ultimi decenni è andato diminuendo. Va comunque riconosciuto che i flussi migratori, soprattutto dai Paesi in cui il virus risulta endemico (Africa centrale e America latina), in effetti, ne possono comportare l’introduzione nei Paesi europei, anche se occorre considerare che in Italia si ha una maggiore migrazione da Paesi dell’Est europeo e da Paesi arabi, nei quali dalle attuali conoscenze il virus HTLV-I non risulta endemico.
Alla luce delle considerazioni sopra rese e delle conoscenze epidemiologiche attuali, posso concludere che il potenziale rischio dell’infezione trasfusionale nel nostro Paese sia da considerare estremamente basso; tuttavia il Ministero della salute valuterà l’utilità di eseguire studi e aggiornamenti dei dati relativi alla diffusione della infezione, in esito ai quali potranno essere introdotte nel nostro Paese, ove risultasse necessario, ulteriori misure di prevenzione per il virus HTLV-I».
Quegli studi non risulta sia stati portati a termine. In questi anni, però, la forza infettiva e le conseguenze mortali dell'HTLV-1, è di molto aumentata. In una regione dell'Australia – dove il virus è endemico, ha il più alto tasso di trasmissione, e sta mietendo vittime – il 45 per cento della popolazione è risultato infetto. Dati molto preoccupanti anche in Giappone, dove però le autorità sono riuscite a prendere contromisure adeguate riducendo la diffusione dell'HTLV-1 dell'ottanta per cento.
Allarma la situazione nell'Africa sub sahariana, dove non ci sono studi e dove l'epidemia è diffusa già da molti anni.
Non si sa bene perché il virus sia endemico proprio in queste aree. Per i ricercatori dell'Istituto Pasteur di Parigi la questione è legata a un cosiddetto “effetto fondatore”. In pratica una volta che quel virus è entrato in una zona è impossibile sradicarlo.
La possibilità, dunque – con i viaggi, il turismo, i movimento migratori -, che il virus si diffonda non sono basse. Oltre a non dimenticare un dato base: potrebbe aver già avuto una sua diffusione in Europa, ma il manifestarsi con anni di ritardo, e spesso sotto forma di leucemia, potrebbe non averne evidenziato la presenza.
L'infezione da HTLV-1 è infatti spesso invisibile. Letteralmente. Anche la diagnosi è difficile. Risulta non ci sia neppure una sufficiente informazione tra gli stessi operatori sanitari.
E' comunque possibile effettuare un test per verificare la presenza o meno di un virus. Gli esperti lo consigliano a chi è consapevole di aver avuto dei comportamenti a rischio.