di Luciano Trapanese

E' salita all'alba nella Dacia nera dell'avvocato Stefania De Martino. Insieme a lei i due figli di otto e nove anni. Una fuga, dopo aver avuto la forza di dire a se stessa: basta, voglio continuare a vivere.

Sara, è un nome di fantasia, poche ore prima era stata dai carabinieri. «Vuole uccidermi. Mio marito ha minacciato di ammazzarmi. E ho paura, questa volta lo fa davvero». Lacrime, pause, la voce interrotta dall'emozione. «Ha raccontato la sua drammatica storia agli investigatori», ricorda l'avvocato De Martino, coordinatrice del Centro antiviolenza di Salerno. Di quella volta che lui le ha fracassato la testa nell'armadio, o l'ha colpita con un martello. E di quando, e accadeva spesso, non ha risparmiato neppure loro, i bambini, picchiati con analoga e inaudita furia. «E senza un perché», ha continuato Sara, mostrando ai militari il corpo ricoperto di cicatrici. Dolorose testimonianze di venti anni di vita passati insieme a un aguzzino.

La forza di dire basta l'ha trovata qualche giorno prima, dopo l'ultimo raptus del marito. Ha chiamato l'avvocato De Martino. «Il suo numero me l'ha dato una mia amica, so che lei aiuta le donne».

«Sì – racconta la coordinatrice del centro antiviolenza -, ha usato proprio quelle parole. E conferma che una donna vittima di violenze non sa a chi rivolgersi, non c'è nulla di automatico, di scontato. Se ha bisogno deve chiedere a un'amica che per caso ha il mio numero...»

E' stato un caso, ma Sara è stata fortunata. Il numero era quello giusto. Si è incontrata con l'avvocato poche ore dopo. E lì, faccia a faccia, ha raccontato tutto. Le stesse parole che avrebbe poi ripetuto ai carabinieri. Gli abusi di ogni tipo. La paura continua. Per se stessa e soprattutto per i bambini. Le ossa rotte, la testa spaccata, i tagli. «La prossima volta, lo so, la prossima volta sarà l'ultima».

Ha firmato il verbale, nella caserma dei carabinieri di un comune non lontano da Salerno. E' salita nella macchina dell'avvocato. «Era quasi l'alba – ricorda Stefania De Martino -, Sara era accanto a me, i bambini dietro. Avevano ancora gli occhi pieni di paura. Per quello che era accaduto. Per gli anni di violenza subita. Perché forse temevano che lui ci avrebbe raggiunti. E infine, perché non sapevano cosa sarebbe successo, dove saremmo andati. Li ho rassicurati. Ho detto che il posto che stavamo per raggiungere era un luogo sicuro, tranquillo, dove avrebbero potuto crescere tra gente che li avrebbe accolti e coccolati».

Un tragitto di due ore. Sotto la pioggia. «E sì, lo ammetto. Ho anche pensato – dichiara l'avvocato – che lui avrebbe anche potuto seguirci, bloccarci, commettere una pazzia. Ma è stato il pensiero di un istante. Avevamo preso ogni precauzione possibile e lui non sapeva ancora della denuncia. Prima di notificargliela i carabinieri ci hanno dato il tempo di raggiungere la casa rifugio».

Oggi Sara e i suoi figli vivono lì. «Sono sereni, la madre sta bene. E' una donna molto mite, molto dolce. Le vogliono tutti beni. Ora è serena, anche i bambini sono felici. Vivono finalmente in un ambiente dove non c'è spazio per la violenza. Mi informo quasi ogni giorno sulle loro condizioni. E nel frattempo porto avanti le solite trafile burocratiche. Il comune di residenza che dovrebbe pagare per la permanenza di Sara e dei bambini nel centro, le questioni giudiziarie. Ma tutto questo si affronta. Quello che conta, l'unica cosa che conta, è aver ridato il sorriso e una speranza a una donna che ha tanto sofferto e un futuro più sereno ai suoi bambini».