Avellino

Patti chiari, amicizia lunga. Un proverbio che sintetizza una grande verità di cui l'Avellino deve fare tesoro, per evitare che, in futuro, possa ripetersi l'ormai consueto caos di contrastanti dichiarazioni che l'anno scorso, così come in quella attuale, hanno dato vita ad una deleteria altalena di eccessive aspettative ed entusiasmi smorzati; di pressioni fatte in casa e tempestivi ritorni con i piedi per terra, che corrono il rischio di essere percepite e tramutarsi in alibi. La conferenza stampa che Massimo Rastelli terrà domani è l'ultima tappa di un lungo percorso paradossale, fatto di botta e risposta in casa. Un nuovo tentativo di armonizzare la comunicazione verso l'esterno. Le ambizioni di club e tecnico sono le stesse, ma tra proclami e inviti al realismo l'effetto che si restituisce all'ambiente è quello di una contrapposizione che genera polemiche e opposte fazioni.

La chiave che potrebbe districare una volta per tutte il nodo è il basso profilo. Da adottare e professare univocamente. Imparando ad esaltare ciò che l'Avellino di Rastelli, anche in questo caso paradossalmente, è riuscito a far percepire come una formalità, ma che formalità non è: ovvero centrare la salvezza, consolidare la categoria; non dimenticando di godere, innanzitutto, delle tante soddisfazioni che i lupi si sono tolti ed hanno regalato ai propri tifosi negli ultimi anni. Una permanenza così duratura in Cadetteria, giusto per ricordarlo, risaliva agli anni settanta. E dall'altra parte comprendendo la legittimità delle ambizioni del presidente, non vendendo fumo e ricordando come spesso fatto che la Serie B è un campionato difficilissimo, ma evitando di dare la sensazione di giocare al ribasso pur di vedere riconosciuta la qualità, oggettiva, del lavoro finora svolto. Qualunque tifoso vuole la Serie A. Walter Taccone ha il diritto di sognarla e l'ambizione di raggiungerla. Spesso ha sottolineato di esprimere questo desiderio da primo tifoso dell'Avellino, ma è innanzitutto il presidente.

Che ha l'incontestabile merito di aver riportato l'Avellino nel calcio che conta e sta accumulando un'esperienza che gli può consentire di evitare di rendere i suoi calciatori alla stregua di un saltatore in alto, che non alza la sua asticella gradualmente. Ma di botto. Creando lo spasmodico desiderio dell'impresa nella piazza e, in concomitanza, l'ansia da prestazione in chi quell'ostacolo lo deve saltare. Perché se poi quell'asta non la scavalchi, tutti stanno a chiedersi perché l'hai messa così in alto. E l'euforia lascia spazio alla delusione. Raggiungere grandi traguardi non deve diventare un obbligo, ma puntare in alto non è necessariamente assimilabile ad un dovere. Interpretarlo come un attestato di fiducia nella squadra, che non è certamente la più forte del torneo Cadetto, ma nemmeno non all'altezza di centrare i play off (e non a caso è lì dall'inizio della stagione, ndr), come si può erroneamente far comprendere di pensare pur di sottolineare che di questa squadra bisogna essere orgogliosi.

Sgombrare il campo da ogni equivoco: lo si può fare domani. Lo si dovrà fare fin dal primo istante nella prossima stagione. L'obiettivo non può essere una settimana i play off, la successiva fare un punto in più della passata stagione, l'altra il consolidamento della categoria. Bisogna evitare di smentirsi a vicenda. Di creare, ad esempio, imbarazzi intorno al concetto di fallimento sportivo identificato in maniera non sinergica da dirigenza e staff tecnico. Profilo basso e un'unica voce. L'esperienza è la più grande maestra di vita.

Marco Festa