di Andrea Fantucchio
Frane, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi, alluvioni: la Campania si conferma terra multi-rischi. Basta guardare cosa è accaduto negli ultimi ottanta anni: l’eruzione del Vesuvio del 1944 (26 morti), l’alluvione del 1949 che ha colpito Benevento (20 morti) e quella del 1954 che ha travolto la costiera amalfitana e la città di Salerno (318 vittime). Anche l’Irpinia non fa, purtroppo, eccezione. Nel 1962 un terremoto, che non ha risparmiato neppure il Sannio, ha causato ingenti danni al patrimonio edilizio e 17 morti. Solo un’anticipazione di quanto accaduto diciotto anni dopo: il 23 novembre un terremoto, che ha coinvolto anche la Basilicata, ha causato 3mila morti. (GUARDA LO SPECIALE CON FOTO D'EPOCA DI QUINDICI E SARNO E VIDEO)
Nel 1998, poi, assistiamo alle devastanti frane di Quindici e Sarno che hanno causato 160 vittime. L’anno dopo l’alluvione sconvolge Cervinara provocando 5 morti. Il primo settembre del 2014 alcuni paesi della provincia di Avellino, Volturara Irpina, Montoro, Solofra, vengono colpiti frane ed esondazioni che provocano gravi danni, fortunatamente senza vittime. Episodi drammatici che riaccendono l’attenzione sulla prevenzione, effettuata o mancata. Ne parliamo con Felice Preziosi, Disaster Manager, con anni di esperienza alle spalle. Per fare il punto sulla situazione dei rischi più gravi corsi dal nostro territorio. E sul percorso di prevenzione che appare essenziale.
Quando si parla di prevenzione, chi è il disaster manager?
«Il Disaster Manager è il professionista che fornisce il supporto alle istituzioni per le decisioni che riguardano la gestione delle attività di previsione, prevenzione, risposta e superamento delle emergenze di protezione civile. Dal 2016, per la prima volta in Italia e a livello internazionale, sono stati stabiliti i requisiti di competenza, abilità e conoscenza, del Disaster Manager (Legge 4/2013). Enti pubblici ed istituzioni si avvalgono di queste figure professionali per la valutazione e la gestione dei rischi ambientali attraverso la predisposizione di strategie, metodologie e strumenti organizzativi. La figura del Disaster Manager, spesso, può lavorare anche come consulente esterno a supporto delle aziende pubbliche e private».
LE ZONE DI ALLERTA IN CAMPANIA SONO OTTO, TRE SI ESTENDONO FINO AL MOLISE E ALLA BASILICATA. COME FUNZIONA IL PRESIDIO TERRITORIALE E GLI OBBLIGHI DEI COMUNI
Quali sono le zone di maggiore allerta per i rischi idrogeologici e disastri naturali in Campania?
«Le zone di allerta di interesse per la Campania sono otto. Tre di esse si estendono in territori di competenza delle altre regioni come Molise e Basilicata. Nello specifico: la zona di allerta 1 comprende piana Campana, Napoli isole e area vesuviana; la zona di allerta 2 comprende alto Volturno e Matese; la zona di allerta 3 comprende Penisola sorrentino-amalfitana, monti di Sarno e monti Picentini; la zona di allerta 4 comprende Alta Irpinia e Sannio; la zona di allerta 5 comprende Tusciano è alto Sele; la zona di allerta 6 comprende piana Sele è alto Cilento; la zona di allerta 7 comprende Tanagro; la zona di allerta 8 comprende basso Cilento”.
Come si prevedono o, quantomeno, ci si prepara ad affrontere al meglio disastri naturali come frane e alluvioni?
«Le attività di presidio territoriale sono state realizzate per la prima volta dopo l’emergenza di Quindici e Sarno del 1998. E sono regolate dalla direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 27 febbraio 2004. Nelle zone a rischio idrogeologico e idraulico elevato e molto elevato gli enti devono individuare e dettagliare i punti critici del territorio attraverso un adeguato sistema di osservazione e di monitoraggio dei movimenti franosi e delle piene. Per poi predisporre necessari servizi di contrasto in tempo reale. A nulla serve il preavviso e il preannuncio di eventi, se a questi non corrisponde sul territorio una risposta del sistema di protezione civile graduale e predefinita secondo scenari preventivamente costruiti e procedure stabilite e concordate».
Questo spesso non accade...
«Purtroppo in tante zone della Campania non accade quasi mai. E’ necessario l’innesto del sistema di allertamento nei piani comunali di protezione civile, in particolare nella costruzione degli scenari di rischio, e la corrispondenza tra scenari predefiniti, livelli di criticità e fasi operative. I cittadini spesso ignorano anche i più elementari interventi non strutturali perché sono certi dell’assenza di un reale rischio. Per interventi non strutturali si intendono le attività di allertamento, pianificazione di emergenza, formazione e diffusione della conoscenza dei rischi e della protezione civile, informazione alla popolazione e attività esercitative. I cittadini dovrebbero pretendere questi servizi dalle istituzioni.
A proposito di istituzioni: qual è il ruolo che spetta agli enti e in particolare modo ai sindaci nell'attività di prevenzione?
«Prendiamo il caso delle alluvioni, fenomeni collegati spesso anche alle frane. Ogni amministrazione ha l’obbligo di elaborare il piano di emergenza comunale tenendo conto delle informazioni del Pai (Piano di assetto idrogeologico) e di eventuali altri studi sulle aree a rischio. Nello specifico il piano deve indicare anche quali sono le aree alluvionabili a causa di piccoli fiumi, corsi d’acqua tombati, fiumare e reti fognarie, includendo situazioni potenzialmente critiche in corrispondenza di argini, ponti, sottopassi e restringimenti del corso d’acqua. Spetta poi sempre ai Sindaci attivare i Piani di emergenza comunali, informare i cittadini sulle situazioni di rischio e decidere quali azioni intraprendere per tutelare la popolazione. La Regione Campania è dotata di un efficiente Centro Funzionale Previsionale attivo 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno. Ma senza l’impegno di ogni sindaco tutto questo diventa inutile».