Napoli

Jane Austen più che ai Dashwood, avrebbe dovuto ispirarsi a Sarri quando ha scritto il suo romanzo di successo “Ragione e Sentimento”.
Perché il mister è proprio di fronte a quel bivio: il cancello del San Paolo e il segnale “tangenziale – aeroporto” che rappresenterebbero la ragione, la curva del San Paolo che acclama il suo nome, i gruppi di sostegno al mister, gli striscioni e l'amore di un popolo a rappresentare il sentimento.


Al di là delle allegorie sembra che Sarri sia davvero combattuto: dopo l'ultimo patatrac mediatico di De Laurentiis era quasi al check in di Capodichino pronto a pagare qualsiasi cifra per il peso in eccesso, rappresentato dall'amore dei tifosi, che portava in valigia...dopo il plebiscito di cori e consensi ci pensa, o almeno, si è voltato a guardare cosa lascia, cosa lascerebbe e il dubbio gli è venuto.


Il consiglio, dato con la morte nel cuore al comandante è di andar via, lasciando perdere i sentimenti, mettendo da parte la gratitudine per quella piazza che è azzurra ma che per lui si colorerebbe tranquillamente di rosso.
Deve andar via Maurizio, semplicemente perché non può più restare: un altro anno per amore diventerebbe una guerra di nervi e di tattica in cui non è bravo, e rischierebbe di sporcare la sua immagine che al momento si erge fulgida come Lenin nel 1917.
Rischierebbe di ritrovarsi con una rivoluzione che non è d'ottobre, ma d'agosto, e balneare come tutte le rivoluzioni di De Laurentiis.

Rischierebbe di ritrovarsi orfano di mezza squadra e in particolare dei big, il comandante, non solo con qualche sacrificio necessario e opportuno: Reina è già andato, sarebbero sacrificabili Callejon e Mertens ormai 32 enni, che frutterebbero una 50 di milioni, forse Hisay che ne frutterebbe una ventina ed è rimpiazzabile, ma si rischia l'addio anche di pilastri come Koulibaly e Jorginho, che di milioni ne porterebbero in cassa di più ma che per contro sono difficilissimi da sostituire.
Mezza squadra via sull'altare del capitale rimpiazzati da giovanotti di belle speranze che però farebbero girare molto indietro le lancette dell'orologio della rivoluzione, e allontanerebbero di molto le truppe sarriste dal portone del palazzo quasi raggiunto.
E una rivoluzione rimandata di un giorno non si fa più per sempre, volendo rifarsi all'ottimo Diderot.


Perché ad Adl della rivoluzione non importa nulla, l'ha vista repressa a colpi di fischietti anziché di baionette e non ha mosso un dito: lo scudetto infiamma le masse ma non i bilanci, se invece con quei fischietti l'avessero estromesso dalla Champions, allora sì che avrebbe fatto fuoco e fiamme.
Vada via Maurizio, non cada nel tranello di sognare Sané e ritrovarsi Nenè, di equivoci uditivi in passato già ce ne sono stati, con Mascherano che poi è diventato Gargano.


Vada via Maurizio: l'ultima stagione è irripetibile a meno di “Ser realistas y hagar lo imposible”, come diceva il Che, dove lo imposible è rinforzare una squadra di uomini e calciatori che sfidò i giganti con qualche gigante (nei limiti delle possibilità, chiaramente non i top player inabbordabili) e non con giovanotti dalle belle speranze rivoluzionari ma ancora poco preparati alla guerrilla.
Non sporchi la sua immagine Maurizio, non presti il fianco al rischio fortissimo di una stagione in tono minore che alla fine gli verrebbe imputata magari anche dalle frange più deboli e meno rivoluzionarie del popolo, che magari potrebbe poi riservagli lo stesso trattamento della Pimentel Fonseca, impiccata a Piazza Mercato tra le grida “Vulimm o'rre' “.
Una fine che non gli auguriamo, meglio saperlo altrove, felice, vincente e rivoluzionario, che in balia del Ferdinando IV de noantri e dei suoi sgherri.

Cristiano Vella