Benevento

Triplice fischio. Un urlo liberatorio, quasi nervoso. I calciatori in campo festeggiano, ma c'è già chi ha gli smartphone tra le mani per registrare qualcosa. La gara è finita, cos'altro c'è ancora? Forse questa domanda se la sono posta i tifosi e i giornalisti giunti da Genova, ma i tifosi del Benevento posizionati tra Distinti, Tribuna e Curva Nord non hanno che occhi per la Curva Sud. Come accaduto a inizio partita, quando ha emozionato con una coreografia da brividi. “Venite sotto la Curva” è il primo messaggio. Non serve, perché ai calciatori piace da morire quel rito, quell'unione in cui si fondono con la gente, rendendoli un'altra trentina di ultras del Ciro Vigorito. E poi parte il “che vinca o che perda”: forte, netto, udibile anche a chilometri di distanza e che viene cantato a occhi chiusi, il cuore in gola e le lacrime agli occhi. In Italia si fermano tutti: i giornalisti smettono di scrivere, le famiglie che aspettano Inter – Sassuolo si godono lo spettacolo. Coloro che sono nei bar o nei punti scommesse osservano in silenzio. Sono i tifosi del Benevento, quelli già quasi retrocessi a gennaio, quelli che hanno festeggiato il primo punto a dicembre e la prima vittoria nell'ultima giornata del girone di andata. Coloro che sono retrocessi con quattro giornate di anticipo. Chi se ne frega, la vita va avanti e lo spettacolo deve continuare (the show must go on cit. Curva Sud), infatti tra vicoli e rioni cittadini non si fa altro che parlare dei possibili nuovi allenatori o di quei calciatori che sarebbero utili in serie B. Oggi, la serie A si è fermata ad ammirare una piazza giunta in paradiso troppo tardi, ma che l'ha lasciato troppo presto. Come se il Dio del calcio l'avesse mandata in quel contesto per far vedere a tutti come si sostiene una squadra in maniera incondizionata. Vedere certe immagini con la consapevolezza di essere retrocessi rende il tutto paradossale, ma con la consapevolezza di essere grandi.

Ciao serie A, questa volta non vieni salutata con scontri, contestazioni o invasioni di campo. L'addio ti è stato dato “a modo nostro”, quello dei beneventani.

Ivan Calabrese