E' stato confermato il sequestro patrimoniale di beni per 5,5 milioni di euro nei confronti di monsignor Nunzio Scarano. Rigettato dalla Corte d’Appello di Salerno il ricorso presentato dal prelato, in seguito al provvedimento del gennaio dello scorso anno. Secondo i magistrati la pericolosità sociale di Scarano è comprovata. Sono diversi i procedimenti penali a suo carico contestati dai giudici nell’ambito dell’inchiesta che lo ha visto finire agli arresti domiciliari.
In seguito alle indagini di procura e Guardia di finanza di Salerno si è potuto accertare che il tenore di vita del monsignore era sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. Confermata dunque la confisca ed il vincolo cautelare al patrimonio. Il procuratore capo Corrado Lembo ha accolto favorevolmente la decisione della Corte d’appello, rivendicando il risultato delle indagini messe in atto dall’ufficio investigativo e dalle fiamme gialle. Per Lembo si tratta di «una ulteriore conferma delle determinazioni a cui la procura di Salerno era pervenuta a conclusione dei complessi accertamenti delegati alla guardia di finanza di Salerno e che avevano già portato a chiedere ed ottenere misure cautelari personali, nella forma della custodia cautelare degli arresti domiciliari». Sono state contestate a Scarano non solo sproporzione tra fonti economiche e il suo reale tenore di vita ma anche l’origine dei soldi che gli hanno consentito di attuare operazioni finanziarie e immobiliari.
Un tassello importante nel corso delle indagini, un passaggio decisivo per incastrare il prelato è stata anche la collaborazione internazionale tra la magistratura italiana e quella svizzera.
Dai cantoni sono arrivati infatti, tramite rogatoria, diverse documentazioni bancarie e di società off shore riconducibili allo stesso Scarano che gli hanno garantito un tenore di vita elevato per via dei proventi illeciti grazie al riciclaggio di denaro, attraverso lo Ior, anche questo è stato contestato dalla magistratura al monsignore.
Giovanbattista Lanzilli