di Federico Festa
Un bene confiscato che continua ad essere nella disponibilità della criminalità?
Un assessore comunale che, senza batter ciglio, dichiara che la mafia ha vinto ancora una volta?
Sono soltanto i primi tasselli di uno sconcertante mosaico che andrà certamente ricomposto e che val la pena di ricostruire.
E' la storia (incredibile) dell'ex cementificio di contrada Olivola, da alcuni anni confiscato all'imprenditore Giuseppe Ciotta, ultrasessantenne originario di Foglianise. Quando è finito nel mirino della Procura quell'impianto veniva gestito da persone fortemente sospettatre di contiguità. Per capire si deve andare molto indietro nel tempo, ad una indagine scattata nel 2011. Dopo le indagini, i passaggi burocratici e amministrativi che sfociano, più o meno a metà del 2014, nella confisca, che è l'acquisizione in via definitiva del bene al patrimonio pubblico, in questo caso con l'affidamento (pensate, avvenuto soltanto due anni dopo, ovvero nel 2016) all'Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati.
Maria Carmela Serluca, attualmente vice sindaco e assessore al Bilancio di Benevento, rivela, candidamente, che nel giro di otto mesi quelle stesse organizzazioni criminali hanno trasformato gli impianti confiscasti in depositi per rifiuti (non si sa ancora quanto pericolosi), devastando tutto quello che di decoroso esisteva all'interno. Ad ottobre dello scorso anno, l'amministrazione comunale di Benevento, unitamente all'Agenzia, aveva effettuato un sopralluogo per verificare lo “stato del luogo” e predisporre il piano per rendere l'enorme impianto la sede operativa dell'Asia, la partecipata comunale che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani della città capoluogo.
Ad ottobre, dunque, a quel cementificio, per come stava messo, occorreva soltanto una pulizia generale e poi avrebbe ripreso vita. E' una struttura enorme, composta da una palazzina per uffici e poi due padiglioni: migliaia e migliaia di metri quadri.
“Adesso il cementificio è soltanto da abbattere”, ha spiegato l'assessore Serluca, “trasformando il nostro progetto in una operazione da milioni di euro”.
Ecco perché il Comune si ritira. Ecco perché la criminalità, organizzata certamente per continuare a sfruttare il bene anche dopo la confisca, ha vinto.
Il procuratore Policastro in qualche modo dovrà capire chi e perché non ha vigilato su quell'impianto, lasciando che la criminalità entrasse e uscisse impunemente portando all'interno i rifiuti. E, soprattutto, chi e perché a quell'impianto ha riservato lo stesso trattamento che subirono due enormi ville confiscate a Quindici (clan Cava e Graziano) prima che passassero nelle mani dell'associazione “Libera”: vennero svuotate e devastate.