di Luciano Trapanese
Quasi come Salvini e Di Maio, immortalati sulle mura di Roma in un bacio premonitore all'indomani del voto di marzo. Il manifesto che ritrae Nicola Mancino e Ciriaco De Mita, intenti a confabulare alle spalle degli avellinesi («Cirì, li freghiamo n'ata vota?», «Tando gli avellinesi so fessi, Nicò»), è stato affisso un po' ovunque ad Avellino. Con frasi diverse, ma sempre con la stessa immutabile caratteristica: i due grandi vecchi della politica irpina pronti a “fregare” ancora gli avellinesi. Ma bisogna fare in fretta per vederli, in questi momenti è scattata l'opera di rimozione urgente... (A fine articolo le foto dei manifesti)
In un clima di fetida polemica, almeno quei manifesti hanno il pregio dell'ironia, del sarcasmo, dell'irriverenza. Non è un banale confronto senza senso tra chi si sostiene puro e chi avrebbe imbarcato in lista i cosiddetti impresentabili (gli impresentabili, lo sapete bene, sono tanti, a prescindere dalla fedina penale...), tra chi ritiene di essere l'unico a possedere la luce dell'intelligenza, e chi si sente unto dal Signore e insostituibile rappresentante del buon governo del comune.
Il dibattito è stato meraviglioso: dalla questione scrutatori, alle conseguenze dell'inchiesta Aias, dal cane parlante di Nello Pizza, alle liste di Cipriano, dal centrodestra che annaspa per far sentire qualche voce (e spera nel miracolo: l'arrivo del neo ministro dell'Interno, Matteo Salvini), ai Cinque Stelle che già sentono «la città nostra» e auspicano un raccordo proprio con i leghisti, per affondare il veliero del centrosinistra che issa le bandiere dei due vecchi politici irpini ed è guidata da un ammiraglio senza trascorsi in mare aperto, Nello Pizza, appunto.
Una campagna elettorale senza temi. Perché diciamolo: ognuno ha presentato il suo bel libretto di desideri. Senza fare i conti con una situazione economica disastrosa, una burocrazia comunale ai limiti dell'inestricabile, una rilevante dose di questioni irrisolte ereditate dalle gestioni Galasso e Foti, lo scoramento di un elettorato come minimo scettico per non dire indifferente, la sensazione diffusa che questa città decadente avrebbe bisogno di amministratori formidabili per frenare la discesa e – ultimo, ma non ultimo – la certezza che un pezzo rilevante di avellinesi, il vero nerbo di una possibile classe dirigente qualificata e qualificante, si è allontanato con un clamoroso vade retro alle richieste di indossare l'elmetto e sfidare il fronte elettorale in una delle tante liste in competizione.
Quei manifesti – in rimozione -, colpiscono certo una parte in campo. Ma sono anche un segnale improvviso e positivo di vitalità, di fantasia e creatività. Elementi che mancano clamorosamente e da anni nella gestione del potere comunale. Come è stata assente qualsiasi visione di futuro. Ci si è accontentati della cattiva gestione dell'ordinario. Il minimo sindacale, fatto anche male.
In uno dei manifesti De Mita e Mancino si baciano (proprio come Salvini e Di Maio), alle loro spalle un cuore e all'interno la scritta: «Non ci lasceremo mai». Per qualcuno è una minaccia, per altri una promessa, e per voi?