Avellino

 

di Andrea Fantucchio 

«Signor giudice ascoltatemi ora, per venire oggi ho dovuto fare i salti mortali. Mia figlia deve fare la terapia, ha bisogno di cure, me l'hanno distrutta in quell'incidente». La voce straziata di Annalisa Caiazzo si è sollevata dal fondo dell'aula di Corte d'Assise del tribunale di Avellino.  Dove c'erano anche molti dei parenti delle quaranta vittime che hanno perso la vita in quel maledetto incidente di luglio 2013, quando un bus che trasportava dei turisti era precipitato dal viadotto dell'Acqualonga lungo la A16 in Irpinia. 

Lei, Annalisa, viaggiava su quel pullman, e lo ha visto trasformarsi in una gabbia di metallo mentre cercava di strappare alla morte proprio la figlia. La bambina a causa dell'incidente ha riportato danni permanenti così come il marito della donna, anche lui a bordo del bus. Per alcuni sono dei miracolati, per altri l'emblema di una cicatrice che non potrà più rimarginarsi e che chiede di essere cauterizzata, almeno in parte, con una sentenza che i presenti attendono da quel tragico giorno di cinque anni fa.

Il giudice, Luigi Buono, ha gestito la situazione con la consueta prontezza, spiegando che purtroppo ascoltare oggi i testimoni, in assenza degli avvocati che avevano aderito all'astensione della camera penale irpina, era inutile: quelle deposizioni non avrebbero avuto valore. Il magistrato ha poi cercato immediatamente una data che andasse bene proprio alla donna e anche alle difese degli imputati. Non è mancata qualche "scintilla" fra l'avvocato Edoardo Volino e il sostituto procuratore Cecilia Annecchini che avevano visioni opposte sulla scelta della data del rinvio: alla fine il giudice ha optato per il 13 luglio. Quel venerdì, oltre ad Annalisa Caiazzo, sarà ascoltata anche l'altra sopravvisuta al tragico incidente, Partorina De Felice. Anche lei era in aula questa mattina, anche lei ha preferito uscire quando ha capito che non avrebbe potuto rilasciare la sua testimonianza. 

In ogni udienza, in questo processo da quindici imputati, rivive il rapporto fra i tempi della giustizia e quelli dell'anima, persone che hanno perso i propri cari e per le quali ogni giorno di attesa in più rappresenta un calvario che si dilata. Il magistrato Buono, quest'anno, ha già dato un' “accelerata” non indifferente al processo, procedendo alla media di un'udienza a settimana. Oggettivamente era impossibile fare di più, anche alla luce della complessità del procedimento stesso e tenendo conto del fatto che il magistrato sia affiancato nel suo compito dal solo assistente giudiziario, Gildo Parenti. 

Così come d'altro canto sono comprensibili le reazioni di chi su quel pullman ha perso la propria famiglia. Loro, i parenti delle vittime, sono stati una presenza costante fin dalla prima udienza, a volte urlando altre scegliendo di rimanere in silenzio: mai banali. All'uscita dall'aula il procuratore capo, Rosario Cantelmo, e il magistrato titolare dell'inchiesta, Cecilia Annecchini, hanno cercato di tranquillizzarli, invitandoli ad avere fiducia nel lavoro della magistratura. Un appello seguito dalla decisione dei parenti delle vittime di lasciare il tribunale. Anche se mentre andavano via, su quei volti, la delusione e lo scoramento erano ancora visibili.