Avellino

 

di Carmine Quaglia

"Sono entusiasta di allenare una squadra con una tradizione così importante: ho già lavorato in Italia per un anno e mezzo, tornarci è motivo di grande piacere per me e per la mia famiglia". Inizia un nuovo ciclo tecnico, la Sidigas Avellino riparte da Nenad Vucinic e dal grande rapporto, di condivisione e di stima, tra il neo-tecnico e il direttore sportivo Nicola Alberani, con la supervisione del patron Gianandrea De Cesare che ha sposato con decisione la scelta del ds. Il Vucinic-day, la presentazione del coach serbo-neozelandese, ha riservato i riflessi del progetto ad ampio respiro. Ecco la traduzione integrale delle parole rilasciate da Vucinic.

Alberani e l'esperienza di Forlì - "Ho già collaborato con Nicola Alberani, ci capiamo alla perfezione, abbiamo una visione della pallacanestro molto simile e credo che questo ci aiuterà a ottenere dei successi. Quando ero a Forlì con Nicola, 6 anni fa, eravamo in una situazione molto, molto difficile: dovevamo salvare la squadra dalla retrocessione. Abbiamo lavorato tantissimo per capire quali fossero le giuste modifiche da apportare alla squadra e per instaurare nel team una profonda etica del lavoro: siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d'onda. Sono passati 6 anni da quando ci siamo separati, ma siamo comunque rimasti sempre in contatto per scambiarci opinioni sul basket e sui giocatori. Puntiamo molto sulla creazione di una vera e propria cultura, un'atmosfera all'interno del team che non deve basarsi sul talento individuale ma sulla coesione all'interno del sistema squadra".

La grande occasione - "Posso dire che, per quanto riguarda i club, questa è sicuramente l'occasione migliore della mia carriera anche se, sulla scena internazionale, ho allenato anche in una Coppa del Mondo e alle Olimpiadi: credo che non siano due mondi paragonabili, ma allenare Avellino è di sicuro una grande opportunità".

La sua pallacanestro - "Se i più appassionati tra voi hanno seguito qualche gara della nazionale neozelandese, si saranno certamente accorti che si tratta di una squadra molto competitiva, nonostante non abbia grandissime individualità, giocando una pallacanestro meno convenzionale. Però, ogni volta che si accetta un nuovo lavoro bisogna sapersi adattare alla situazione e allenare al massimo delle proprie possibilità. Il nostro obiettivo è creare una squadra di giocatori individualmente abili che indossino con entusiasmo e motivazione i colori di questa città".

Un vero giramondo - "In Estonia ho allenato nella durissima Lega Baltica e nella VTB League, oltre che nella prima divisione turca: tutte esperienze di prestigio e con staff e giocatori di altissimo livello che sicuramente saranno d'ispirazione per allenare nella Serie A italiana. Ho già allenato in A2, questo è un passo in avanti e credo che, alla mia età e con la mia esperienza, sia il giusto momento per compierlo. D'altronde, circa metà dei coach che allenavano con me in A2 adesso lavorano nella massima serie".

L'ambiente irpino e l'energia di squadra - "In ogni squadra di basket, la tifoseria è una delle cose più importanti. Quando la tifoseria è contenta di come la squadra si comporta sul parquet significa che c'è il giusto impegno, il giusto atteggiamento che, solitamente, porta anche i risultati. Quello che posso promettere è che la mia squadra giocherà con energia, con entusiasmo e con spirito di competizione in ogni singola partita".

La profondità del roster - "Con così tante partite da giocare, e giocandone quasi per tutta la stagione due a settimana, abbiamo bisogno di un roster profondo: con il sistema del 6+6, avremo bisogno di almeno 10 giocatori in grado di giocare un numero significativo di minuti, senza contare poi le trasferte, che sono piuttosto pesanti. Ci serve una squadra profonda con una giusta combinazione di giocatori giovani ed esperti".

Le difficoltà iniziali (la gara in campo neutro) - "La vita è piena di difficoltà che devono essere superate, non mi preoccupa la questione palazzetto. Non aver avuto esperienze recenti nel campionato in cui si allena è sicuramente un handicap, ma è qualcosa che si supera abbastanza velocemente, anche con una sola settimana di duro lavoro basta guardare un centinaio di partite per conoscere coach e giocatori, ma io ne conosco già parecchi".

(Traduzione: Enrico Coppola)