Benevento

Hanno tutte respinto le accuse le quattro persone per le quali qualche giorno fa è stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nell'inchiesta del sostituto procuratore Francesca Saccone e della Squadra mobile su una presunta truffa che sarebbe stata commessa in relazione alla presenza di migranti, e ai relativi contributi erogati dalla Prefettura, in una struttura di accoglienza a Morcone gestita dalla 'Centro servizi Belvedere”.

Dinanzi al gip Gelsomina Palmieri, che aveva adottato la misura, sono comparsi, per l'interrogatorio di garanzia, Fabrizio Parlapiano, 38 anni, di Morcone, Sergio Parlapiano, 40 anni, di Bojano, rappresentanti della 'Belvedere', Daniela Vascello, 37 anni, moglie di Fabrizio e collaboratrice della società – tutti difesi dall'avvocato Antonio Leone -, e Joseph Ayna (avvocato Augusto Guerriero), 49 anni, originario del Camerun, di Ariano Irpino, titolare dell'associazione 'Amici del Camerun', convenzionata con il centro.

Rispondendo alle domande, gli indagati hanno escluso gli addebiti di truffa, falso e minaccia per costringere a commettere un reato ipotizzati dagli inquirenti, ricostruendo l'attività della società ed i compiti affidati, in virtù di un rapporto di fiducia, al loro accusatore: un mediatore culturale, dipendente dell'associazione, che con la sua denuncia aveva dato il là, lo scorso 14 maggio, al lavoro investigativo della Squadra mobile. Agli agenti aveva raccontato di aver avuto nel novembre del 2017 l'incarico di controllare i fogli con la presenza giornaliera degli ospiti e di essere stato costretto, sotto la minaccia del licenziamento, ad apporre numerose firme false. Due giorni dopo la Mobile aveva fatto visita alla struttura, sequestrando un raccoglitore contenente il registro delle presenze per scomparti mensili, poi aveva acquisito, presso la Prefettura, la documentazione relativa all'accreditamento del centro. Dopo il sopralluogo degli agenti, il mediatore aveva spiegato di essere stato convocato a più riprese e 'avvertito' con espressioni giudicate di stampo intimidatorio.

Una tesi alla quale gli indagati hanno opposto la propria, sostenendo che l'uomo avrebbe agito per vendicarsi del no ricevuto alle sue richieste di aumento dello stipendio e di assunzione alle dipendenze della 'Belvedere', in modo da poter ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

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