di Andrea Fantucchio
Carcerati malati e senza cure. Molti decidono di farla finita: una media di quattro suicidi al mese. Un quadro disastroso, anche ad Avellino.
«Qui dentro non possono curarmi. Ho sempre più male alle gambe. Aiutatemi, sono un essere umano anche io». Giovanni Chiodo, 64 anni, in carcere da tre. La sua storia è allegata a quattro fogli di quaderno consegnatici a mano da un detenuto in permesso. Portavoce di 95 carcerati che hanno denunciato gravi carenze nell'assistenza medica nel penitenziario di Bellizzi Irpino.
Il caso di Giovanni è emblematico.
«Ho il diabete mellito tipo 1. Il dirigente sanitario ha spiegato che il carcere non è attrezzato per curare la mia malattia. I documenti li ho inviati all'Asl di Avellino. Non mi hanno mai risposto». In mezzo, un piccolo giallo. «In una relazione l'istituto scrive che ho rifiutato la mia cura, ma non è vero. Ho solo rifiutato il cambio reparto».
Una storia come tante. I detenuti, nella loro lettera, scrivono che nel penitenziario «Non ci sono medicine adatte a tutte le malattie. Farle arrivare da fuori costa troppo. E mancano gli specialisti come cardiologi e ortopedici. Gli infermieri sono tirocinanti».
L'assistenza precaria in carcere è un problema purtroppo comune in tutta Italia. Basta guardare i numeri relativi ai disagi psichici: più di quarantamila i casi. Oltre il 65 per cento dei detenuti soffre di disturbi della personalità, stati di ansia (12 per cento), disturbi psicotici (4 per cento). L'assistenza è carente. Situazione simile anche per patologie differenti come il diabete. Problemi che, spesso, uniti ad altri disagi sfociano in gesti estremi. In meno di cinque mesi, dall’inizio dell’anno a oggi, sono più di 30 i decessi in carcere. Ventiquattro i suicidi. Morti inarrestabili e silenziose legate, in molti casi, allo stato delle prigioni sovraffollate. Il decreto “svuota carceri” dell’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando (2014), ha avuto effetti positivi brevi: più di 55mila i detenuti per 50mila posti a disposizione.
Ne hanno parlato anche i sindacati delle guardie carcerarie nei mesi scorsi. Nel mirino i tagli nelle piante organiche dei penitenziari, le condizioni di insicurezza delle strutture, la mancanza di presidi permanenti di agenti, le liste di scorrimento bloccate che pesano su un personale già ridotto all'osso. Condizioni che aumentano i rischi di aggressioni e disordini in carcere. Senza che si intraveda una soluzione all’orizzonte.