di Simonetta Ieppariello
In quella parte di Napoli che guardi da Monte di Dio dall'alto e che sembra toccare il mare, c'è il Pallonetto di Santa Lucia. Si è fermato il quartiere per dare l'ultimo saluto a Ciro Mazzarella, il boss del contrabbando morto domenica a casa sua.
Con lui se ne va una delle figure più discusse e controverse che hanno popolato il panorama delinquenziale che oggi appare enormemente mutato.
All'uscita del feretro dalla Chiesa di Santa Lucia a Mare l'ultimo, lungo applauso dei «Luciani». E chi si aspettava un funerale in pompa magna è rimasto deluso. La salma di Don Ciro è stata caricata a bordo di una classica limousine nera. Se ne è andato così quel boss che si era guadagnato rispetto e amore dai Luciani. Ma le polemiche divampano su quel rito in chiesa nonostante il dictat di Sepe volesse fuori dalle chiese i cammorristi.
“Per quale motivo Ciro Mazzarella ha avuto un funerale in Chiesa se il cardinale Sepe ha più volte ribadito che i camorristi e i malavitosi devono restare fuori dalle Chiese anche da morti?”.
A chiederselo il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “aver concesso alla famiglia Mazzarella la possibilità di celebrare i funerali in Chiesa ha permesso a quella gente di confermare la loro presenza sul territorio”.
Ciro Mazzarella apparteneva alla famiglia Mazzarella, originaria di San Giovanni a Teduccio e presente sulla scena criminale napoletana sin dagli anni ’50, con alterne fortune. Ciro, in particolare, aveva scelto come ‘quartier generale’ delle sue attività la zona del Pallonetto di Santa Lucia. Commise il suo primo reato a 10 anni, quando accoltellò un uomo e fu spedito in riformatorio. Successivamente, è stato più volte arrestato ed è considerato una figura di spicco nell’ambito del contrabbando di sigarette.
“Segnali come questi sono preoccupanti e rendono difficile il lavoro di quanti combattono la camorra e la delinquenza in genere anche isolando chi ne fa parte” ha aggiunto Borrelli per il quale “la presa di posizione del cardinale Sepe è sacrosanta e va sostenuta, ma deve essere concreta e non restare solo un’intenzione come purtroppo dimostrano i fatti, come il funerale per Mazzarella e quello in onore della vedova Moccia ad Afragola, qualche mese fa”.
Ciro Mazzarella boss che amava definirsi “guappo”, ha vissuto da re del nuovo contrabbando di sigarette: ereditando il “mestiere” dal mitico zio Michele Zaza, ma innovandolo al punto da trasformarlo in business, era riuscito ad imporsi a Napoli. Poi l’uscita di scena: l’ultimo arresto nel 2008, la scarcerazione nel 2011, un periodo di sorveglianza speciale, qualche rara intervista, la collaborazione con il collega Fabrizio Capecelatro per il libro dedicato a lui “Lo spallone”. (La foto è tratta dal video promo de Il fatto quotidiano, ndr)
Nel libro-intervista “Lo spallone”, il giornalista Fabrizio Capecelatro aveva raccolto le vicende del boss camorrista Ciro Mazzarella, per decenni dominatore assoluto del traffico di sigarette nel nostro Paese, narrate dalla sua stessa voce. Un libro che racconta gli inizi della sua “carriera” di contrabbandiere nell’immediato dopoguerra con il traffico di materiale dismesso dagli Americani. Poi il riformatorio, le prime attività nel contrabbando di benzina e gasolio, per passare quindi al “mestiere delle sigarette”. È l’inizio di un’ascesa che lo porterà alla costruzione di un vero e proprio impero illegale: 200 miliardi di lire di giro d’affari, per un profitto netto di oltre 6 miliardi mensili, secondo la commissione d’inchiesta parlamentaredel 1996.
“Ho cercato di capire la sua mentalità" aveva spiegato l’autore ailfattoquotidiano.it. “Mazzarella si sente un giusto, crede di essere dalla parte della ragione”. Fabrizio Capacelatro chiarisce il pensiero del boss camorrista: “Non si è mai pentito perché non ha mai creduto che i valori dello Stato fossero meglio dei suoi”. E cita un passaggio delle dichiarazioni dello “spallone”: “Dicono che io sia l’anti-Stato. Ma chi dice che io non sia lo Stato e loro l’anti-Stato?”.