di Luciano Trapanese

Chi nasce povero muore povero. Soprattutto al sud. L'ascensore sociale è fuori uso da tempo. Lo confermano tanti studi, Istat e Ocse in particolare. Ma non ci sarebbe bisogno neppure di analisi statistiche. Il dato è evidente da almeno dieci anni. I numeri però sono solo la prova indiscutibile: il 18,5 per cento di chi parte dal basso si laurea e tra questi solo il 14,5 per cento trova un lavoro qualificato. Uno stop non solo italiano (il dato meridionale è ancora peggiore), ma che nel nostro Paese tocca l'apice tra le nazioni europee.

Il governatore Vincenzo De Luca nelle sue ultime esternazioni sulla “sicurezza come valore”, ha centrato un tema: «Da dieci anni i nostri giovani non hanno futuro, è una emergenza democratica». Vero. C'è una intera generazione di ragazzi – ora ultra trentenni -, che è rimasta sospesa tra la disoccupazione senza speranza e il precariato estremo. Molti di loro sono laureati. Molti di loro sono emigrati o hanno rinunciato del tutto a cercare lavoro e ciondolano sconfitti nell'attesa di nulla.

Le politiche sul lavoro di questi anni sono state inefficaci. L'impressione è che non si sia compresa la vastità di questa tragedia sociale. Il pur criticabile De Luca, ha fatto anche notare: «Di fronte a tutto questo, a milioni di giovani lasciati senza speranza, non siamo stati in grado di dare una risposta. Un partito di governo non può dire fra dieci anni, deve intervenire subito, immediatamente. O, come è accaduto, questi giovani poi crederanno a chiunque prometta anche l'impossibile». Perché quell'impossibile è almeno una piccola luce nel buio. E perché, è stato il ragionamento di tanti, «peggio di così non potrà andare». Una delle ragioni del successo del Movimento 5Stelle, soprattutto al Sud, risiede proprio qui: nell'ascensore sociale bloccato a tempo indeterminato e a una conseguente e totale sfiducia nel futuro. Che è poi sfiducia anche nel presente, e rabbia per un passato che ha contribuito a creare quest'impasse. Gli sprechi senza senso degli anni '80 e '90, hanno lasciato tanti conti in sospeso, da pagare ora. E pesano come macigni sulle nuove generazioni.

Si parla tanto di reddito di cittadinanza (ma è un sussidio di disoccupazione), potrebbe anche alleviare i disagi economici, ma è un pannicello caldo. Non risolve il problema principale: la mancanza di lavoro e prospettive, che soprattutto nel Meridione sta spazzando via intere generazioni di ragazzi. La scuola è a pezzi. Non esiste formazione. I centri per l'impiego servono a zero. Non c'è una coerente politica industriale. Non si fa nulla per preparare i nostri ragazzi al presente digitale e al presente imminente dell'intelligenza artificiale. Non c'è nessun programma per migliorare le infrastrutture (in molte nostre aree industriali anche l'accesso a internet è un problema). Non si incentiva, con fondi ma soprattutto con adeguate strutture di sostegno, l'imprenditoria giovanile. Non si sviluppa un piano per la diffusione delle energie alternative (Corbyn, il vecchio leader dei Laburisti inglese ha proposto investimenti per la green economy capaci di garantire 400mila posti di lavoro). Non si promuove con politiche adeguate il sistema agricolo (che pure potrebbe essere un traino per il Mezzogiorno). Non c'è un'idea condivisa, praticabile e omogenea di sviluppo turistico.

Resta il reddito di cittadinanza (se si farà), il discusso jobs act, tante parole e un insistente e malcelato pregiudizio nei confronti di un sud descritto sempre allo stesso modo: assistito, piagnone e in mano al crimine organizzato. Sarà in parte così, ma è solo un pezzo di una verità che al solito è molto più complessa.