di Luciano Trapanese
Si parlava di ascensore sociale bloccato per i giovani (chi nasce povero resta povero). La situazione delle università italiane lo conferma. E vecchie e nuove dichiarazioni di esponenti del governo non vanno purtroppo nella direzione giusta: dall'abolizione della lode, dalla negata rilevanza del voto finale per i concorsi, per finire all'abolizione del valore legale della laurea. Senza contare, e questo è il problema più urgente, delle borse di studio negate a una platea sempre più alta di aventi diritto.
Partiamo proprio da questo punto. Un ateneo su due riesce a garantire con tempestività l'assegnazione delle borse di studio. I requisiti per ottenere il “contributo” sono individuati con l'Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) e l'Ispe (Indicatore della situazione patrimoniale equivalente). Ma poi in realtà non ci sono le risorse per riconoscerlo.
Di chi è la colpa? Soprattutto delle Regioni. E' l'ente che ha competenza sul tema, e che spesso ha scelto di tagliare proprio questa voce. Con conseguenze gravi. In particolare nei territori dove il disagio economico è più forte. Risultato: il dieci per cento degli studenti abbandona l'università per carenza di fondi. Le università cercano di correre ai ripari, con soluzioni alternative. Non sempre ci riescono, ma quando accade, è spesso con grave ritardo.
Le conseguenze più gravi sono soprattutto al Sud. Due dati: all'Orientale di Napoli solo il 15,6 per cento degli aventi diritto hanno ottenuto la borsa di studio. A Benevento si arriva ad un pur misero 22,3 per cento.
Come non ci fossero. Un aiuto negato proprio alle famiglie che hanno maggiori difficoltà, nelle zone dove il disagio economico è più evidente. Poi ci si domanda perché il numero delle iscrizioni nelle università del Mezzogiorno sono in continua diminuzione.
In Campania la situazione è a dir poco critica. Secondo i dati relativi al 2017, su 13.115 studenti idonei, solo 1.486 hanno ricevuto il contributo. Volete sapere in Lombardia (regione molto più ricca)? Su 18.597, la borsa di studio è stata riconosciuta a 18.542 studenti. In Emilia Romagna la copertura è totale. Magari in ritardo, ma nessun avente diritto è stato escluso.
Difficile dunque, soprattutto in Campania, completare gli studi se non c'è una adeguata disponibilità economica.
A questo si aggiungono segnali in arrivo da Roma, che non sono proprio incoraggianti per gli studenti. La deputata irpina, Maria Pallini, vieterebbe di inserire il voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici. Una proposta che era già stata presentata anni fa dall'attuale sottosegretario Carlo Sibilia: il voto di laurea sarebbe discriminatorio. Anche la Lega ne aveva parlato: sostenendo che i laureati nelle università del sud fossero meno preparati. Mentre entrambi i partiti di governo – almeno nel recentissimo passato – si sono dichiarati a favore dell'eliminazione del valore legale della laurea.
Su questo tema si può aprire un dibattito. Ci sono pro e contro in ogni caso (in molti Paesi la laurea non ha valore legale). Ma farlo ora, con l'università disastrata, la scarsa fiducia nel futuro dei ragazzi, non è probabilmente una buona idea. Così come disincentivare l'importanza del voto. Si dice che non va contro la meritocrazia. Sarà vero, ma così, su due piedi, sembra l'esatto contrario.