La tragedia del ponte di Genova ha acceso i riflettori sul cattivo stato di tante infrastrutture nel nostro Paese, a cominciare da ponti, cavalcavia e autostrade. Lasciando in secondo piano un'emergenza altrettanto feroce, evidente da decenni e da decenni più volte alla ribalta e più volte dimenticata. Proprio come quella delle infrastrutture a pezzi. E' il fragilissimo equilibrio idrogeologico. Aggravato dalle colate di cemento selvaggio, dallo straordinario consumo del suolo, dalla conformazione geologica della Penisola, dai cambiamenti climatici, dall'inerzia delle istituzioni.

A ricordarcelo, purtroppo, è stata la tragedia che si sta consumando in queste ore tra la Calabria e la Sicilia. Una notte di pioggia ha portato con sé, alluvioni, frane, smottamentI. E morti: una mamma, suo figlio e un altro piccolo disperso.

Vale la pena ricordare che l'Italia è il Paese più esposto in Europa. E la Campania una delle regioni più a rischio (anche a causa dell'abusivismo edilizio).

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«Sono state sufficienti le prime piogge autunnali – ha dichiarato il professor Sandro Simoncini, urbanista e presidente di Sogeea - per iniziare la tragica conta delle vittime e dei danni legati al maltempo. Stavolta sono le regioni del Sud, in particolare la Calabria e la Sicilia, a registrare le maggiori criticità, ma è il territorio italiano nel suo complesso a evidenziare una fragilità estrema e diffusa. Va sottolineato con forza, ancora una volta, come non sia il singolo fenomeno meteorologico in sé a creare il problema, per quanto possa manifestarsi in modo intenso e improvviso, ma la capacità di un territorio di assorbirne gli effetti. Non è la natura a provocare i morti, ma le scelte urbanistiche, infrastrutturali ed edilizie operate dagli uomini».

Assunto che da anni ripetono gli ambientalisti, a cominciare da Legambiente, che sollecitano una politica di mitigazione del rischio che non contempli altro cemento. Ma che, soprattutto, venga pianificata, progettata e portata a termine una complessiva operazione di risanamento.

Per paradosso un intervento massiccio di questo tipo potrebbe anche essere funzionale a una ripartenza economica, soprattutto per un settore in grave difficoltà come l'edilizia.

«Le questioni ambientali - continua Simoncini - hanno perso centralità nel dibattito politico e culturale del nostro Paese, basti pensare a come sono state sistematicamente squalificate le più recenti consultazioni referendarie o al modo in cui è stata lasciata morire la legge per il contrasto al consumo del suolo. Se qualcosa si muove, ad esempio a Genova con le opere che stanno interessando letti e argini dei corsi d’acqua che attraversano la città, lo si deve all’iniziativa della singola amministrazione e non a un piano nazionale di lungo respiro».

E' proprio questo il punto. Le questioni ambientali sono sempre in secondo piano. Se ne parla solo in occasioni di tragedie. Ma poi, nulla. Un andazzo che va avanti così da sempre.

Viviamo su un terreno fragile, esposti a rischi, in aree – oltretutto – altamente sismiche, eppure di interventi strutturali e complessivi non c'è ombra. Si affrontano solo le emergenze post tragedie. Il che si riduce, quasi sempre, a dichiarazioni cariche di emozione («non vi lasceremo soli»), sette giorni di bombardamento mediatico seguito da un graduale e assoluto silenzio.

«Ma anche noi cittadini – conclude Simoncini – dobbiamo fare un salto di qualità da questo punto di vista: non possiamo prendere posizione riguardo ai cambiamenti climatici globali e poi far finta di nulla quando dietro casa eliminano la piantumazione di una collina o impermeabilizzano l’ennesima porzione del nostro quartiere. Il pensiero che il 90 per cento dei Comuni italiani è quotidianamente esposto a rischi idrogeologici dovrebbe farci tenere sempre la guardia alta. Ma evidentemente così proprio non è».