di Andrea Fantucchio
“In un film l'attore è la materia prima, è solo una tonalità di un certo colore: è il regista che crea il dipinto”. Se volessimo adoperare, come linea guida, le parole dell’attore Viggo Mortensen jr (l’Aragorn nel film Il Signore degli Anelli), i colori per descrivere il 21enne regista irpino, Sam Di Marzo, sarebbero il verde intenso e il blu: il primo, emblematico di una speranza che si conferma lavoro dopo lavoro, il secondo sfumatura ideale per parlare del suo cortometraggio, “Il guardiano del Faro”, che ha avuto accesso al prestigioso David Di Donatello. Assegnato dall’Accademia del cinema italiano.
Sam, vecchia conoscenza di Ottopagine.it, viene a farci visita nella nostra redazione, approfittando di una settimana di pausa dalle lezioni dall’Accademia romana di Artithesi: scuola di creatività digitale. Jeans e t-shirt nera, un paio di scarpe scure e accucciato ai suoi piedi, Oliver, un cocker dal pelo fulvo che, durante l’intervista, non perderà occasione per farsi coccolare.
Iniziamo proprio dal cortometraggio, “Il guardiano del faro”.
Come nasce un sogno
“Ci siamo ispirati – racconta Sam - a un racconto di Hiruki Murakami, dove si fa riferimento a un uomo che appicca incendi ai granai per il solo gusto di vederli bruciare. La storia mi è stata proposta dal mio amico, Stefano Cucciniello, e insieme a lui ho iniziato a svilupparla”.
Un processo che non si è limitato alla trasposizione del racconto in immagini, ma che ha richiesto anche una “occidentalizzazione” dei temi portanti del racconto nato nel Sol Levante. Oltre che una trasformazione di alcune caratteristiche della storia.
“I granai – conferma Sam – si sono trasformati in dei fari. Ed è allora che è sorto il primo problema: dove li troviamo dei fari? (sorride n.d.r.) Soprattutto con il nostro budget ridotto all’osso, che ci impediva grandi spostamenti. Per fortuna la casa di produzione torinese che ha scommesso sul nostro lavoro, la 71 Pictures, ci è venuta incontro. Grazie al 3D è stato prodotto un faro estremamente realistico. E lo abbiamo “istallato” sul promontorio di Erchie”.
Proprio gli investimenti esigui, e il fatto che lo staff fosse composto da persone di diverse città italiane, ha imposto ai ragazzi un ritmo di produzione elevatissimo.
“Due settimane – conferma Sam – per concludere tutto. Anche perché molti dei protagonisti che erano con noi dovevano ripartire. In tanti sono di Avellino, come me, ma studiano fuori, altri lavorano altrove. Alcune riprese le abbiamo realizzate nel capoluogo irpino, soprattutto gli interni, e le altre fra i paesi della costiera amalfitana”.
Come nasce un grande gruppo
La capacità di un regista, così come di un grande maestro di orchestra, di un professore, o di chiunque abbia un ruolo di coordinamento, si vede nella gestione del gruppo e nella capacità di esaltare i singoli talenti. Un processo che, l’aneddoto raccontato da Sam, riassume meglio di tante parole, strappandoci un sorriso.
“Grazie all’Artethesi ho avuto l’occasione di poter partecipare, con altri ragazzi, alla creazione di una serie Tv. Guidati da Claudio di Biagio, il mio mentore (alle spalle collaborazioni con Netflix e Sky), abbiamo visto: come funzionava la gestione di un gruppo e la creazione di un prodotto cinematografico con grandi budget a disposizione. Così, quando sono tornato ad Avellino, in una realtà più piccola, sapevo cosa fare. Eppure una cosa non cambiava, a Roma come qui: la pausa pranzo. L’unico momento nel quale, durante una produzione, ti fermi davvero a conoscere le persone con cui lavori. I primi giorni si salutano tutti e sorridono, poi, dopo due settimane, è sufficiente che una posata cada a terra per innescare la reazione furiosa di qualcuno. Giuro che è così (ride n.d.r.). Ecco, è in momenti simili che il regista deve cercare di tranquillizzare e tenere unito il gruppo”.
Il cortometraggio in gara ha un finale inatteso che non sveleremo, possiamo solo dire che la narrazione si snoda attraverso intrecci avvincenti, che spaziano fra il passato e il presente dei personaggi. Tutto ha inizio con il protagonista, uno scrittore che non riesce a concludere la sua storia, e che inizia a raccontare quanto gli è accaduto a un agente di polizia. Perché è stato arrestato? Lo scoprirete guardando “Il guardiano del faro”. Una opera arrivata dopo una Web serie, Doze, che ha riscosso tanto successo, raccogliendo migliaia di visualizzazioni su internet e coinvolgendo tanti ragazzi avellinesi, e un film del quale Sam è regista e che dovrebbe uscire a fine ottobre. Avellino è una miniera di talenti.
La città dei sogni nel cassetto...
“Credo – chiarisce Sam – che in città si respiri cinema e arte ovunque. Forse aiuta anche il clima, piovoso: spinge i ragazzi a riunirsi in casa o al bar, pensare e creare. Ho conosciuto tantissimi coetanei che avevano qualcosa da dire e cercavano solo una occasione. I nostri progetti cinematografici nascono proprio per fare da collante per queste comunità di creativi. Mi dispiace dire che, spesso, la città non risponde”.
Durante la realizzazione del film, anche quello fatto con un budget esiguo, con un produttore indipendente, Antonio Califano, i ragazzi hanno cercato sponsor locali, per strumenti o altri servizi utili. Ma hanno trovato soltanto porte chiuse. E poco interesse.
“In altre città – conferma Sam – penso a Roma, quando vedi una comunità di ragazzi in strada, che gira delle scene di un film, c’è chi si avvicina e chiede cosa sta succedendo, che progetto sta nascendo, e spesso ci si lascia coinvolgere. Ad Avellino non è così. Eppure l’aria di cinema la percepisco, più che a Siena. E’ quell’atmosfera che non spieghi, una sensibilità particolare, che ha solo bisogno di essere incanalata”.
I modelli di un giovane regista
Tanti i modelli ai quali Sam, divoratore di serie Tv e film, si ispira. Gli chiediamo di fare uno sforzo e di individuare dei registi chiave ai quali ruberebbe un dono speciale.
“Questa è difficile – sorride – direi Steve Spielberg per la capacità di raccontare le proprie storie e il ritmo della narrazione, Peter Robert Jackson per l’unicità dei dialoghi, Denis Villeneuve per l’estetica dell’immagine, Damien Sayre Chazelle per il suo rapporto con la musica, in particolare quella jazz”.
Un percorso, quello di Sam, che può essere di ispirazione per altri ragazzi. E, se volessero fare i registi, quali opere dovrebbero assolutamente vedere?
“Di sicuro – spiega Sam – True detective, solo la prima serie, il Trono di Spade, Black Mirror e Twin Peaks: semplicemente perché David Lynch è un genio”.
Un problema che Sam e i suoi amici hanno vissuto ad Avellino è l’assenza di spazi. Un luogo come base operativa dove costruire i propri sogni ed esprimere cosa hanno da dire.
“Anche in questo – conclude – Avellino non ci è venuta incontro. Avevamo chiesto una stanza a Casina del Principe, avevamo cercato contatti con associazioni locali, ma nessuno ha saputo aiutarci. Così abbiamo trasformato la cucina di casa in un laboratorio creativo, un po’ il nostro garage come per le start up tecnologiche californiane, però sappiamo che sono solo soluzioni temporanee. Non puoi dire di venire a casa o al bar a dei ragazzi che ti chiedono: “Ho una idea, mi dai una mano a realizzarla come hai fatto tu?”, Gli spazi sono fondamentali per catalizzare la creatività di una città e spingere i giovani a non andarsene via. Il problema, poi, non è allontanarsi, se si sceglie una nuova città per crescere e perseguire i propri sogni. La cosa triste è andare via perché nella tua città non trovi nulla e preferisci cercarlo altrove, anche se non sai cosa vai cercare”.
Per la chiusura di questa intervista abbiamo scelto di riportare il messaggio con il quale Sam ringrazia quelli che hanno preso parte alla realizzazione de "Il guardiano del faro".
Grazie a tutti...
“Ho scritto questo corto a quattro mani con un vecchio amico che non vedevo da tanto. Ci siamo semplicemente seduti al pc, letto un libro. Siamo ripartiti come se gli anni non fossero passati. Ho fumato sigarette, mangiato gelati e lavorato di penna sui personaggi per ore e ore in quella cucina. Li vedevo prendere forma e vedevo che quella forma gliela stavano dando i ragazzi, i miei amici. E sono cresciuti tanto come attori, mi hanno sorpreso e mi hanno fatto sorridere. Ho guidato la macchina da presa nelle mani di Carlo. Se non fosse stato per lui ancora stavo a capire la metà delle cose(poche) che so su questa vita. E' un fenomeno, in tutto quello che fa. Giuro.
Uno degli ultimi stancanti giorni di set ci siamo ritrovati ad aspettare davanti a un portone, prima di girare. Eravamo tanti. Non era solo il numero quello che mi faceva felice. Certo, un set con tante persone funziona meglio. Ma non era questo. Davanti a quel portone c'erano ragazzi con cui ho condiviso l'adolescenza e che avevo perso di vista, c'erano gli amici di tutti i giorni e "della volta al mese" che tornano a casa da fuori, c'erano persone nuove, gli amici nuovi. Ed eravamo tutte persone completamente diverse, su centomila fronti, per miliardi di motivi. Ma eravamo tutti lì, per fare quella cosa insieme.
Ho parlato e anche a lungo di amicizia. In questo mondo meraviglioso che è il cinema, è praticamente impossibile lavorare con persone che conosci bene, figurarsi con degli amici. E forse è stato proprio questo quello che mi ha spinto a girare " Il guardiano del faro". Non sarei riuscito, per come sento io la regia, a dirigere in un momento della mia vita come questo, pieno di paure, nostalgie e mille altre cose. Ma ad ogni modo, ora siamo qui. Siamo in concorso al David di Donatello. E io non posso che essere fiero dei miei amici. E ringraziare la persona che mi ispira e crede in me ogni giorno”.