di Simonetta Ieppariello

Morire in carcere. Entrarci vivo, uscirne morto. Sarà un’inchiesta a chiarire se si siano verificate negligenze nel decesso di Ciro Oliva (nella foto, ndr), il 43enne detenuto scomparso nelle scorse ore nel penitenziario di Secondigliano. Sarà l’inchiesta a chiarire se si tratta di un caso di malasanità in carcere.

I diritti dei detenuti, la morte di Ciro

Una morte che riaccende le polemiche sui diritti dei detenuti, sulle pratiche di assistenza sanitarie, che vengono fornite a chi deve scontare la propria pena tra le barre. Oliva era originario di Ponticelli e si trovava in carcere da diversi mesi dopo l’arresto per spaccio. Aveva problemi cardiaci e sarebbe stato stroncato da un malore. La sua famiglia chiarezza, chiede verità su cosa sia accaduto, se una adeguata assistenza sia stata fornita. La morte di Oliva riapre le polemiche sulle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane e in particolare quelle napoletane. 

Ioia: verità e giustizia prima di tutto

Sull’argomento è Pietro Ioia, attivista e presidente dell’associazione degli ex detenuti ad intervenire autore di un testo che ha visto tre edizioni, e anche una quarta in spagnolo che verrà diffusa in Messico, Ioia è da sempre in prima linea per assistere chi sta scontando la sua pena. Sta seguendo ora dopo ora il caso di Ciro Rigotti, malato terminale di cancro, che invoca i domiciliari per poter morire a casa sua. La foto di Ciro Rigotti, dolorante e agonizzante a letto, viene postata da Ioia sul suo profilo per invitare la giustizia a decidere di concedere la misura detentiva dei domiciliari all'uomo.

Il post su Facebook

“Il detenuto Ciro Oliva è morto, cardiopatico se ne andato in punta di piedi, in silenzio, si perché nel carcere di Secondigliano i detenuti ammalati non possono alzare la voce altrimenti vengono minacciati di essere trasferiti, basti pensare che i familiari per il colloquio si ammassano già dalle cinque del mattino, un carcere bello da fuori, barbaro di dentro”. Questo il post pubblicato dal social, canale attraverso il quale Ioia segue più di un caso, più di una storia di detenuti. Vite di chi sta pagando il suo conto con la giustizia, ma si trova, in alcuni casi, a vivere il proprio personale inferno.

Raggiunto al telefono Ioia spiega: “L’assistenza sanitaria in carcere è carente. Mancano in molti casi anche i defibrillatori. I medici molto spesso non bastano. Essere detenuti non significa non essere delle persone, esseri umani. Chi sbaglia paga, deve pagare, ma serve giustizia anche nella detenzione”.

La storia di Pietro

Pietro Ioia, 22 anni in carcere, 20 istituti penitenziari diversi è il presidente dell’Associazione ex Detenuti di Poggioreale. Spacciatore del rione Forcella di Napoli, dalla bella vita con i soldi del narcotraffico è passato all'inferno del carcere di Poggioreale. Il suo libro “Cella Zero” è un viaggio in un mondo poco raccontato, quello delle carceri e delle ingiustizie che i detenuti italiani subiscono. Un racconto che torna alla ribalta, dopo le novità arrivate sul caso Stefano Cucchi e i suoi risvolti e un dibattito aperto e condiviso sui diritti umani e civili, sanitari e di assistenza nella carceri italiane.

Il caso Cucchi

A Poggioreale Pietro Ioia ha conosciuto la "Cella Zero", un luogo dove detenuti di tutte le età sarebbero stati vessati dalle guardie penitenziarie. Uscito dal carcere Pietro ha denunciato. 22 indagati, tra di loro molti secondini e anche medici. Il prossimo 22 novembre ci sarà il processo.

«Ho sempre pensato a Stefano Cucchi. Troppe ombre hanno accompagnato il processo, ora finalmente sta arrivando tutta la verità  commenta Ioia -. La storia di Cucchi è diventata un caso nazionale, quello che travolge il sistema e coinvolge tutti gli italiani a dibattere e riflettere su quanto accade, su come le condizioni di ogni cittadino e quelle dei detenuti e persone che vengono arrestate, sui processi e sui meccanismi che regolano “il fare giustizia”».

La famiglia di Cucchi

«Qualcuno ci dica cosa è successo e perché mio figlio è morto». Il 27 ottobre del 2009, Il Messaggero è il primo quotidiano a pubblicare la notizia della tragica fine di Stefano Cucchi, geometra di 31 anni. Quel virgolettato, l'incipit dell’articolo, è di Giovanni Cucchi, suo padre.

Il muro di gomma

Quasi nove anni dopo, l’11 ottobre 2018, è caduto il muro che impediva di rispondere all’appello della famiglia di Stefano: nel processo bis per la morte del giovane, il pm Giovanni Musarò ha spiegato che uno dei cinque imputati si è sfilato di fatto dal «muro di gomma» eretto in questi anni, decidendo – già nei mesi scorsi – di parlare e ammettere le sue responsabilità, indicando le condotte dei suoi commilitoni.

La fiducia nella verità

«E proprio quel muro di gomma che può e deve cadere. E può crollare, essere scardinato e abbattuto solo grazie a chi fa parte di quel sistema - commenta Pietro Ioia -. Oltre il caso Cucchi nel suo insieme, credo e spero che le dichiarazioni rese dal Carabiniere non solo possono fornire elementi utili per fare giustizia, ma servano a far recuperare fiducia e rispetto a tutti gli italiani nelle forze dell’ordine. Tutti vogliono solo la verità, null’altro. Chi sbaglia deve pagare il suo conto con la giustizia. Ma devono pagare tutti».

La morte di Cucchi

Cucchi era morto all’ospedale Sandro Pertini di Roma il 22 ottobre del 2009, sette giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. Il 18 luglio 2016 si era chiusa la fase giudiziaria del primo processo, che aveva visto come imputati medici dell’ospedale Sandro Pertini, infermieri e guardie penitenziarie. E dunque un carabiniere e ammette il pestaggio nel processo. Una dichiarazione che ribalta molti passaggi di un processo lungo, doloroso, e difficile.

Il commento del premier Conte

"Ogni volta che un pubblico ufficiale, che rappresenta lo Stato, si comporterà male e anziché proteggere un cittadino verrà meno ai suoi doveri io chiederò scusa a nome dello Stato". Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha commentato così gli sviluppi del caso Cucchi, dopo la testimonianza del carabiniere Francesco Tedesco: "Chi ha sbagliato dovrà pagare - ha aggiunto il premier, parlando a Bologna - perché ovviamente indossava la divisa dello Stato e rappresentava lo Stato, quindi la cosa è ancora più grave", ha detto. "Dobbiamo accertare le responsabilità individuali,  non possiamo scaricare le responsabilità sull'intero corpo dei carabinieri e delle forze dell'ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite, la nostra incolumità, la nostra sicurezza".

Le parole del ministro Salvini e del comandante Nistri

Del caso Cucchi è tornato a parlare anche Salvini: "Chiunque venga arrestato deve essere processato rispettando la legge e non con altre maniere". Così il vicepremier parlando ad Ala, in Trentino, dov'è impegnato in un tour elettorale per il candidato leghista a governatore, Maurizio Fugatti.

«Quando tutto sarà definito attraverso gli accertamenti dell’autorità giudiziaria, e sarà fatta chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda disonorevole, l’Arma prenderà i propri provvedimenti, e saprà farlo con il massimo rigore, senza remore e senza riguardi per gli eventuali colpevoli», promette il comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri. La morte di Stefano Cucchi, arrivata dopo il pestaggio confessato da uno dei militari che avevano arrestato il ragazzo, è tornata a scuotere l’istituzione chiamata Benemerita, dalle fondamenta al vertice.

Ioia: così si recupera fiducia 

«Continuare a credere nella giustizia resta l’unica soluzione - commenta Ioia -. Bisogna sempre avere chiaro che la verità deve venire a galla, altrimenti ogni valore e anche ogni percorso di recupero e rinascita di un detenuto non potrà mai avvenire. La morte di Ciro Oliva deve indurci a riflettere su cosa accada quando una persona, come tutte, si ammala, si sente male. E' adeguatamente assistito? E' nelle possibilità di una struttura carceraria come quella di Napoli fornire cure adeguate e soluzioni tempestive? Domande a cui deve essere data una risposta concreta, che fornisca una soluzione efficace e reale per chi vive in carcere».