Continuiamo a scivolare all'indietro, pericolosamente. Lo facciamo ormai ogni giorno, anche se facciamo finta di non accorgercene. Subiamo la pressione di un'onda che monta sempre più, che si ingrossa, avvicinandosi alla riva sulla quale siamo in attesa, sotto la spinta di correnti che stanno cambiando il nostro modo di essere.
In tanti hanno scritto che il nostro Paese si è incattivito ed è attraversato dal rancore nei confronti degli altri. Certo che hanno pesato, e pesano, le difficoltà economiche, il bisogno di lavoro, la precarietà del presente e l'assenza di prospettive. Argomenti complessi tuttora senza risposte, rispetto ai quali è stata offerta, come surrogato, la soluzione dell'indignazione a tempo pieno. Indicando il 'nemico' da combattere di volta in volta, lasciando che a dominare il dibattito siano parole d'ordine che colpiscono la pancia dell'opinione pubblica, che le ripete nella convinzione che, individuato il capro espiatorio, tutto sia stato risolto.
Paradigma del clima intossicato che stiamo respirando, purtroppo, è quanto accaduto qualche giorno fa ad Avellino, con la sentenza del processo per la morte di 40 persone che viaggiavano in un pullman precipitato da un viadotto dell'A16. Una storia terribile, drammatica, che ha distrutto decine di vite e ne ha devastate altrettante. Quindici imputati: otto sono stati condannati, gli altri assolti. Tra coloro ai quali è stata inflitta una pena figurano sei funzionari e dirigenti di Autostrade, ma non il suo amministratore delegato. Decisione di primo grado che sarà confermata o ribaltata, come sempre, nei successivi gradi di giudizio.
Eppure, è bastata l'esclusione dell'Ad dal novero dei condannati per scatenare il finimondo in aula. Urla e grida, la reazione, umanamente comprensibile, dei familiari delle vittime. Squassati dal dolore, hanno sfogato la loro rabbia contro il giudice che ha letto il dispositivo, diventato il bersaglio anche di espressioni pesantemente offensive. Il motivo? La mancata condanna di Castellucci. Come se non contassero alcunchè quelle stabilite per gli altri dipendenti di Autostrade, come se non avesse alcuna rilevanza il principio della responsabilità personale che il giudice ha ritenuto di aver definito dopo una lunga istruttoria dibattimentale.
Ha sbagliato? Non lo so, non ho letto le carte e non sono in grado di esprimermi. Ma c'è un punto dal quale non si può derogare: un processo, epilogo di un'indagine, punta a fare giustizia, non vendetta. In uno Stato di diritto funziona così. Il resto è richiamo alla piazza, alla forca alla quale condurre, immediatamente, coloro che la massa indistinta e vociante, fomentata da dichiarazioni allucinanti, amplificate dai mass media e dai social, questi ultimi trasformati in un vergognoso ricettacolo di cretinerie, ha additato come colpevoli a prescindere. E' già capitato, speriamo non si ripeta più. Perchè sarebbero guai grossi: per tutti. Anche per le 'anime belle' che credono di essere al riparo e ci spingono all'indietro.