Per il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, le righe, intese come limite in cui stare, come per i bambini che iniziano a scrivere, sono un concetto inaccettabile. In quattordici anni di Napoli ci è passato sopra, sotto, attraverso, superandole puntualmente con intemerate verbali che hanno fatto incazzare più o meno tutti, dai suoi calciatori ai membri dell'estabilishment calcistico, dai direttori sportivi ai sindaci, dai colleghi presidenti alla stragrande maggioranza dei tifosi della sua stessa squadra che pur apprezzandone le indubbie doti manageriali mal sopportano gli slanci di antipatia di cui è abbondantemente capace.
Stavolta nel mirino quantomai mobile e sotto il grilletto sempre troppo caldo del presidente è finito il Frosinone, ostacolo a dire di De Laurentiis, di quello che in un'ennesima visione mistica del presidente sarebbe uno sviluppo omogeneo del calcio.
Visione che poi non è neppure tutta sta gran genialata: sei grande e hai tanti tifosi? Bene, hai il diritto divino per stare nella baracca, sei piccolo e hai il seguito romantico di una piccola squadra di provincia? Devi startene a marcire in B o in C e se arrivi in A e fai male devi pagare pure la multa, altro che paracadute.
Gli ha risposto piccato Stirpe, patron del Frosinone, lamentando la mancanza di rispetto e ricordandogli che è piuttosto facile fare il gradasso guardando il Frosinone, ma in generale non ha vinto nulla.
Una diatriba in cui viene facile scegliere con chi schierarsi, per vari ordini di motivi.
Innanzitutto: il calcio italiano, come l'Italia d'altronde, è per la grandissima parte fatto di provincia, di belle storie di provincia che nella memoria degli appassionati restano spesso scolpite più delle vittorie. Un Udinese che arriva in Champions, una Atalanta che fa il record di punti in A, la Reggina che si salva con 8 punti di penalizzazione sul groppone, il Vicenza che vola per l'Europa. Il Chievo ai preliminari di Champions, l'Empoli di Sarri, l'Avellino che faceva uscire tutte le grandi con le ossa rotte dal Partenio, il Benevento che fa il record di spettatori in B, il Foggia di Zeman. Tutte storie che in molti, anche i tantissimi tifosi delle grandi, ricordano bene e forse anche più di uno tra i tanti scudetti festeggiati per una notte e poi lasciati nella vetrinetta in salotto e dimenticati, stile il vassoio d'argento regalo della zia al matrimonio.
L'Italia non è l'America dell'Nba, Udinese, Atalanta, Empoli ecc. non sono le università americane: è giustissimo che anche 3 o 4mila tifosi sognino di vedere le grandi giocare nella propria piccola città, nel loro piccolo stadio, è giustissimo che gruppi di ragazzi che calcano fango e respirano polvere sognino di confrontarsi coi più grandi, e ci arrivino se si impegnano, restando nel cuore di quei tifosi e di quelle città più del bomber strapagato che arriva nella grande, si cuce uno scudetto e se ne va, in cerca di nuove sfide, nuovi sponsor, nuovi scudetti pret a portair e a lasser.
E poi bisogna stare attenti a non cadere in contraddizione: si può sparare a zero contro il Frosinone che non ha risorse per competere e poi quando si parla di te giustificare le mancate vittorie con la differenza di risorse con chi ti arriva puntualmente davanti? Eh no, non quadra.
E infine c'è il rischio di contrappasso: si può diventare sempre provinciali di qualcun altro. Il discorso di DeLa sulle grandi, sulle wild card, sulle iscrizioni bloccate lo stanno facendo anche in Europa, in odor di superlega...e chi è che non gradisce questo discorso che non premia meriti e sogni di chi non gode del “diritto di nascita” tra le grandi? Eh già, eh già...proprio Adl.