I suoi occhi hanno visto certe cose, di quelle che si augurava non accadessero mai più. Carmine Boccuzzi di San Mango è uno dei superstiti della Shoah, che oggi racconta la sua storia ai giovani spiegando: “Noi abbiamo fatto la guerra e patito la violenza e terrore dei campi, voi no. dovete riflettere e capire quanto sangue è stato versato, quanto dolore e violenza sia scorsa su di noi, sulla nostra pelle”.
Oggi al Teatro Gesualdo l’evento con gli studenti, per non dimenticare. «Questi occhi hanno visto cose che mai potrete immaginare. Quando inizi a capire che ce l’hai fatta ti chiedi come sia stato possibile...sopravvivere è duro, molto duro». Carmine Boccuzzi, che compirà 99 anni a marzo, si è raccontato ripercorrando quei tre anni terribili della sua vita.
«Io non so ancora come tanto orrore sia potuto accadere - racconta con forza e quello sguardo che rivendica l’importanza del non permettere che l’orrore di quella storia si ripeta -. Sono stato portato in Germania, vicino Francoforte e non dimenticherò mai quelle bucce di patate secche con cui siamo sopravvissuti tra terrore e mille stenti, che non potrete mai immaginare, per ben tre anni». La storia di Carmine Boccuzzi è un racconto prezioso per i giovani di oggi. Lo presero e disarmarono quando era in missione in Grecia.
“Seguirono mesi di privazioni - spiega -. Mi ero rassegnato. Poi ricordo quelle porte che arrivarono gli americani e la sensazione di avercela fatta”. Era un giovane soldato, che aveva provato a sottrarsi alla furia insulsa e cieca di quella guerra. Provò a tornare a casa, nel suo paese, ma il padre gli spiegò che se avesse disertato nno avrebbe mai potuto trovare alcun lavoro. Tornò a Napoli e fu spedito in Grecia. «In Grecia i tedeschi ci disarmarono. Trascorsero dei giorni e poi iniziò quel maledetto viaggio verso la Germania. Eravamo ammassati in un vagone. C’era un secchio appeso al soffitto di quel vagone. Poi a sera di davano un chilo di pane. Un chilo per cinque persone. Solo chi ha provato la fame può capire cosa significhi».
Ma il peggio per Carmine doveva ancora venire. Dopo i dieci giorni di viaggio in treno Carmine racconta il suo arrivo vicino Francoforte. «Ci piazzarono tutti in un recinto per darci le mansioni di lavoro. Mi misero a lavorare in una fabbrica di aerei. Costruivo le ali. Ci prendevano la mattina e ci riportavano a casa dopo dieci ore di lavoro. Mi lavavo con la neve, calzavo zoccoli di legno, senza calzini. Da mangiare avevo solo scorze di patate, senza acqua. La sera ci davano la nostra razione di acqua».
«Ricordo gli schiaffi. Non potevi e non dovevi sbagliare. Al primo errore in tanti si sono beccati le fucilate nelle gambe. Oggi mi auguro che le mie parole, come quelle di altri sopravvissuti possano servire a tutti per riflettere su cosa la guerra significhi, sul suo orrore».