Napoli

 

di Claudio Mazzone

La bomba carta fatta esplodere il 16 gennaio davanti alla storica pizzeria Sorbillo ha dato il via ad una valanga mediatica che non sembra volersi placare. Nei primi giorni il pizzaiolo Gino Sorbillo si è trasformato da esponente dell’arte riconosciuta patrimonio dell’umanità a simbolo della lotta alla camorra. 

Non si contano le interviste e gli incontri che lo hanno consegnato alla ribalta di un circo mediatico che ormai segue le tendenze dei social. Un selfie con il pizzaiolo valeva tanti like e proiettava i profili, anche quelli meno seguiti, nei flussi di comunicazione che contano. Anche il ministro Salvini, uomo attentissimo alle tendenze e vero animale da diretta social, nella sua seguitissima visita ad Afragola ha incontrato in una stanzetta di Capodichino Gino Sorbillo, in tenuta da pizzaiolo. Tra amministratori locali, deputati, delegazioni istituzionali e giornalisti internazionali, la pizzeria dei Tribunali ha avuto un’attenzione mediatica pari solo a quella della nave Sea Watch che ancora è ferma nel mare difronte Siracusa. 

Insomma, la pizza a Napoli è cosa seria. Non per niente ”L’Arte tradizionale dei pizzaiuoli napoletani” è stata riconosciuta dell’Unesco come parte del patrimonio culturale dell’umanità.

Eppure in una fase storica segnata dalle nuove forme di comunicazione, nella quale troppo spesso le battaglie civili, politiche e anche quelle ai poteri criminali, si confondo con il marketing e la propaganda, anche la pizza ha subito la sua dose di sovraesposizione forzata.

Ma come ogni sovraesposizione, anche quella mediatica genera non solo propaganda gratuita ma anche contrasti e sopratutto insofferenza. La prima a non rispettare il flusso di buonismo e vicinanza incondizionata a Gino Sorbillo è stata Selvaggia Lucarelli che ha espresso qualche dubbio sulla storia raccontata. A seguito del suo intervento molti si sono sentiti finalmente liberi di esprimere dubbi e di riportare la questione alle dimensioni dovute. A parlare con durezza e schiettezza è stato Giuseppe Vesi, anche lui erede di una stirpe di pizzaioli napoletani proprio del centro storico partenopeo. “Siamo presenti, con la mia famiglia, con tre locali di nostra proprietà al centro storico, e non abbiamo mai avuto richieste di alcun tipo. Mi pare strano che negli anni, queste cose capitino sempre e solo a Sorbillo”.

Con nettezza Vesi bolla l’azione del collega/concorrente come pubblicità da piazza: “Piuttosto che un pizzaiolo l’amico Sorbillo, in questo caso, mi è sembrato un piazzaiolo, uno alla ricerca di facile pubblicità, quella della piazza”.

In una realtà volatile come quella in cui viviamo oggi, le solidarietà e gli odi si mischiano e si contrappongono fino a confondersi e i simboli diventano in pochissimo tempo esempio del meglio e del peggio a disposizione. Gli stessi che avevano trasformato Gino Sorbillo in un simbolo anti-camorra, oggi lo bollano come egocentrico e la cosa preoccupante è che avevano ragione qualche giorno fa e hanno ragione oggi. 

La pizza è cosa seria è vero, ma la camorra è un problema serissimo, un male atavico, un cancro che va combattuto non con gli annunci, gli striscioni e le campagne pubblicitarie, né con la creazione di improbabili eroi.

Napoli ha i suoi eroi invisibili ai flussi di comunicazione, persone che nel silenzio e con normalità combattono ogni giorno la criminalità, lontani dalla ribalta mediatica, senza la solidarietà delle istituzioni e senza la vicinanza della città. Come Mario Granieri un pizzaiolo di forcella che ha subito minacce e aggressioni per aver denunciato il racket. Salvatore Castelluccio, un parrucchiere del centro storico che ha denunciato il pizzo e per questo è rimasto così solo che ha dovuto chiudere. Nicola Barbato, poliziotto che nel 2015 fu gravemente ferito a colpi di pistola, oggi è su una sedia a rotelle, mentre era sotto copertura come commesso in un negozio di giocattoli di Fuorigrotta al quale la camorra imponeva il pizzo.

Napoli ha le sue storie di anticamorra vera, fatte da chi, spesso in totale solitudine, ha anche sacrificato la propria esistenza. 

La città avrebbe bisogno di dare valore, visibilità e forza a queste realtà che purtroppo restano nell’ombra perché non fanno tendenza e non attirano like.