Avellino

di Rita Ciccarone*

Appena metto piede fuori dal portone di casa mia vedo un mondo, il mondo avellinese. Se giro nella “traversa della Fornarina”, (che poi come si chiamerà quella strada?) mi trovo sul Corso principale, che potrei anche definire come “la strada dello shopping”.

Ricco di negozi di qualsiasi tipo e molto spesso povero di persone, tranne in alcune ore del sabato pomeriggio, anche se fa freddissimo o piove, o di domenica mattina dopo la messa, se c’è il sole. Sempre poco distante da casa mia c’è la biblioteca provinciale, l’orto botanico e ti dirò di più: dalla finestra di casa mia riesco a vedere Montevergine. (Ora so che sto guardando il Monte Partenio, ma l'ho scoperto per caso quando mi si è aperto un link mentre leggevo notizie sull'Irpinia).

Vedi quante cose mi passano per la testa perché mamma o papà non mi accompagnano a scuola la mattina.

Di ambiente potremmo parlarne tanto, del resto la mia città è ricca di verde, almeno così si dice, così scrive Wikipedia (ci chiama la piccola Svizzera) e io chi sono per pensare diversamente?

Noto solo che il verde non viene curato e che negli ultimi anni è sporco e sta diventando erbaccia. 

Ma pensandoci, quanto può essere sicura questa Svizzera avellinese?

Mi hanno parlato molto di Isochimica e, anche in questo caso, vado a cercare cosa sia. Stavolta la ricerca si fa complessa: molti, troppi articoli di giornali locali, ma nessuno mi dice chiaramente cos’è Isochimica. Si parla di un’area dove c’è in corso una bonifica perché occupata da fabbriche che hanno liberato amianto. Un po’ persa mi domando: “Ma chi ha deciso che in quell’area venisse messa una fabbrica invece di mettere un cinema o un’università? Perché una fabbrica invece di un Palapartenope avellinese? Perché io per sentire Gazzelle il 15 marzo sono costretta a farmi accompagnare oltre il Monte Partenio?

Ma poi nella mia città quanti abitanti siamo? Quante macchine abbiamo? E soprattutto quanto e come le usiamo? Perché la signora che abita nel mio palazzo per andare alla salumeria sotto casa prende la macchina e non si ferma finché non sale sul marciapiedi e Gino è costretto ad aprirle la porta del suo negozio per paura che possa parcheggiare sul suo bancone? E perché se non sto attenta la stessa signora mentre attraverso fa strike asfaltandomi?

Io vado a scuola in uno dei tre plessi che ospitano il Mancini e la mattina, quando con una mia amica scendo di casa, dovendo andare al Provveditorato, facciamo la strada del Partenio, (stavolta il cinema) poi sbuchiamo a Via Campane, per scendere poi alla rotonda della quale, dovendo essere sincera, non conosco neanche il nome. Appena arriviamo alla rotonda, comunque, iniziamo una vera e propria lotta per la sopravvivenza contro le macchine che già alle otto di mattina sfrecciano come saette. Una mattina ero sempre con la mia amica e stavamo andando verso la sede del Mancini di Via Ferrante. Attraversavamo, sulle strisce giuro!, e un ragazzo in macchina ci ha “tamponate” facendoci cadere a terra. Ho avvertito in quel momento una sensazione di smarrimento, come se tutto d’un tratto non capissi più nulla e non era per il dolore, perché per fortuna non ci siamo fatte niente: ho avuto paura!

Era mattina, saranno state le 11, e, come per magia, passava di lì la piccola,ma non troppo, comunità ucraino-avellinese che ci ha aiutate ad alzarci. Anche il ragazzo in auto, (l’assassino), dopo un paio di metri ha deciso di fermarsi per controllare se ci fossimo fatte male e dire: “volete un caffè?”.

Anche l’ausiliare del traffico (il giudice) che si trovava lì e che era giustamente interessato alla vicenda, quando poi ha ascoltato il ragazzo: “non l’ho fatto intenzionalmente, mi è scivolato il piede” si è rivelato assolutamente indifferente all’accaduto.

Insomma, meno male che c’erano le ucraine e che siamo arrivate a Via Ferrante con i nostri piedi.

Sicurezza ambientale, sicurezza stradale? Sembrano le tracce di un tema di italiano.

La verità è che la mia Svizzera somiglia ad una giungla e io somiglio troppo poco a Mougli.

* Studentessa del Liceo Mancini, quello fatto in tre parti