Napoli

Nelle stesse ore in cui riprende il processo per il caso Cucchi, a Napoli si celebra l’udienza preliminare del processo per la “cella zero” di Poggioreale.

Dodici gli agenti di polizia penitenziaria alla sbarra, accusati di aver sistematicamente sottoposto i detenuti a violenze e torture all’interno del carcere napoletano.

Dopo alcune coraggiose denunce gli agenti sono stati stati rinviati a giudizio, con le accuse di sequestro di persona, violenza privata e lesioni per pestaggi avvenuti nella Cella Zero, una cella vuota e senza numero posta al piano terra di ogni padiglione. Le violenze si sarebbero consumate tra il 2013 e il 2014. In realtà già molto tempo prima alcuni detenuti usciti da Poggioreale avevano parlato di violenze, primo fra tutti Pietro Ioia, ex narcotrafficante che in quel carcere ha trascorso 22 anni, al termine dei quali ha deciso di raccontare tutto in un libro intitolato appunto “cella zero”.

Il processo però non era mai entrato nel vivo a causa di una serie di rinvii. Oggi per la prima volta le vittime sono entrate in aula a testimoniare.

Davanti ai giudici hanno raccontato come venivano condotti a piano terra a volte con le più banali scuse, come ad esempio guardare la tv col volume troppo alto o possedere un mazzo di carte napoletane per passare il tempo. Una volta nella cella senza numero venivano fatti spogliare, completamente nudi,  alla presenza di tre o anche cinque agenti contemporaneamente, umiliati e quindi picchiati con calci, pugni. Una scarica di botte che arrivava da tutti i lati. C’era chi preferiva usare il manganello, chi invece si divertiva a colpire con asciugamani bagnati. I carcerati non conoscevano i nomi dei loro presunti aguzzini. Solo i soprannomi: c’era Malella, la squadra della uno bianca, il piccolo boss, zorro.

L’orrore era riservato però solo ai detenuti più comuni, i “poveri cristi” senza alcuna protezione dei clan, quelli che nessuno avrebbe vendicato fuori dal carcere.

Una violenza gratuita, dettata da sadismo e delirio di onnipotenza quella che viene fuori dalle testimonianze degli ex detenuti. Un racconto agghiacciante che però adesso dovrà essere accompagnato dalle necessarie prove richieste dal dibattimento. Inoltre c’è odore di prescrizione. I troppi rinvii che hanno segnato questo processo potrebbero determinare le condizioni per la scadenza dei termini del reato.

Per questo stamane in Piazza  Cenni, davanti al Palazzo di Giustizia, gli ex detenuti riuniti nell’associazione Ex DON hanno manifestato. Un centinaio di persone che chiedono di portare avanti questo processo per arrivare finalmente alla verità.

"Siamo qui – ha detto Pietro Ioia - per ricordare ai detenuti che non sono soli e che quello che succede nel carcere, grazie alla forza di molti che si sono uniti e hanno deciso di non abbassare la testa, e' venuto fuori. Io non sarò in aula a testimoniare, perché per quanto riguarda quello che ho subito io lì dentro il reato è già prescritto, è passato troppo tempo. Ma sono comunque al fianco di chi ha denunciato, perché vi assicuro non è stato facile raccontare quelle violenze. Chi va in carcere è giusto che paghi per quello che ha fatto, ma qui si tratta di calpestare i più elementari diritti dell’uomo, la sua dignità. Per quello che hanno fatto nella cella zero, la cella senza Dio, devono pagare”.

Insieme agli ex detenuti anche i familiari dei tanti carcerati morti a Poggioreale negli ultimi tempi. Tra loro Valentina Pace, la moglie di Claudio Volpe, il 34enne deceduto a seguito di una febbre, a gennaio scorso. Un caso su cui adesso indaga la magistratura così come si indaga su un’altra morte sospetta avvenuta a Poggioreale soltanto pochi giorni prima di Volpe, quella di un detenuto straniero di soli 28 anni, anche lui scomparso a seguito di una febbre alta.