Napoli

Ai semafori la rabbia dei guidatori, spesso bloccati da ore nel traffico congestionato napoletano, è palpabile e si avverte nei colpi di clacson che esprimono tutta la frustrazione per il tempo buttato. 
Forse è per questo che propio ai semafori si può testare quanto possa essere diventato pervasivo il sentimento di intolleranza che ormai brucia nella pancia degli italiani. 
In tutte le città i semafori sono diventati luoghi di lavoro, di scontro e di confronto. Appostati, attenti e decisi, ci sono loro, l’incubo di molti automobilisti, i lavavetri. 
Basta poco per essere un lavavetri. Una spazzola a manico lungo con gomma asciugatrice, un secchio o una bottiglia di acqua mischiata a qualche goccia di detersivo e la capacità di saper resistere a ingiurie di ogni tipo. Trovare il semaforo giusto che garantisca il tempo necessario a poter svolgere il lavaggio, è invece un processo più difficile che in città sembra essere frutto di un vero e proprio business gestito dai poteri criminali.
Se a questo servizio si aggiunge la vendita di prodotti che vanno dai fazzoletti alla gadgettistica più impensabile, allora il semaforo diventa non solo un luogo di perdita di tempo, ma un esempio lampante del libero mercato moderno e globale. Le lingue parlate sono infatti le più svariate e a mediare in questa Babele urbana c’è solo il denaro. 

Questo fenomeno mischia povertà, integrazione, legalità, storie e realtà così lontane che si ritrovano a confrontarsi fianco a fianco in quegli ingorghi urbani che sono il simbolo dei nostri tempi frenetici. Per capirlo in maniera più approfondita abbiamo parlato con Cheikh, uno dei tanti ragazzi che passa ore in piedi al semaforo in attesa del parabrezza giusto da lavare, tra insulti e bestemmie, per assicurarsi qualche spicciolo che gli consenta la sopravvivenza. Cheikh è senegalese, arrivato a Napoli qualche anno fa ha vissuto la trafila tipica di chi scappa dalla fame. La sua è una storia della moderna società globale che racconta le enormi sofferenze di chi ha capito che se le merci ed il capitale possono varcare le frontiere degli stati nazione, significa che possono farlo anche gli esseri umani. 

Cheikh ha 24 anni, parla molto bene l’italiano, naturalmente ha la padronanza piena del francese e parla inglese in maniera fluente. Studiava lingue nel suo paese ci dice e avrebbe voluto fare l’ambasciatore. “Sono venuto qui in Europa per costruirmi un futuro migliore, in Senegal non avevo neanche un presente. Ora è dura, è vero, ma riuscirò a tornare a studiare”. Se qualcuno chiede a Cheikh del suo lavoro di come gli sia venuto in mente di fare il lavavetri lui risponde con un sorriso dicendo: “Non ho mai pensato di fare questo. Non è che da bambino sognavo di fare questo. Ma la vita ti mette davanti a queste cose e le devi affrontare. Meglio stare qui che andare a fare cose brutte. Ho iniziato con un ragazzo che ho conosciuto qui e lui già faceva questo lavoro”. 
Il ragazzo è al semaforo tutti i gironi. Concentra il lavoro negli orari di punta del traffico e ci racconta che ha clienti fissi che lo salutano e lo ringraziano ma anche insulti fissi. “Spesso le persone sono già arrabbiate e urlano e sbraitano anche solo se mi avvicino al vetro”. Ma anche lui fa delle differenze nel variegato mondo dei lavavetri “Non siamo tutti uguali. C’è chi lo fa con educazione e chi invece è scostumato. Tutti se la prendono con gli zingari. Loro non chiedono se possono pulire si lanciano e basta.” 
Quando però si prova a capire se esista un business dell’assegnazione del semaforo, se cioè Cheikh per stare al suo semaforo, lo stesso ogni giorno, deve pagare un obolo a qualcuno, il ragazzo si chiude in una difesa e liquida l’argomento con un poco convinto “qua niente camorra frate”. 

La globalizzazione a Napoli la si trova ai semafori. Ha il volto sofferente ed intraprendente di chi prova in tutti i modi a lavare i parabrezza delle auto ferme nel traffico. Ha la faccia della rabbia di chi in quei ragazzi vede un nemico che ha attraversato il mondo solo per rendere più lenta e più frustrante la sua giornata. 
Ai semafori delle città, se ci si ferma ad ascoltare le storie, se si osserva con attenzione la rabbia e se si analizza con calma ciò che accade, si può capire meglio il Paese nel quale oggi viviamo.