Spingono passeggini ripieni di paccottiglia luminosa. Stendono i loro cartoni ricoperti di occhiali da sole, cover per cellulari lussuosi, giocattoli atipici, sciarpe, cappelli, portafogli, orecchini, anelli, braccialetti, borse finte con marchi che si potrebbero trovare solo a via Calabritto e tutto ciò che un essere umano possa immaginare.
Sono un vero e proprio esercito armato di bancarelle smontabili. Un esercito specializzato in ritirate velocissime che scattano all’arrivo dei vigili urbani, che non provano neanche più ad inseguirli. Ogni componente di questo esercito luminoso e variopinto conosce i vicoletti dove poter rifugiarsi e tenersi nascosto fino al momento di rimettersi sul mercato con una strategia da guerriglia urbana.
Sono i venditori abusivi che si riversano nelle strade dello shopping cittadino e che fanno salire la rabbia ai commercianti di via Chiaia come del Vomero e di tutte le zone più commerciali della città. Eppure è un fenomeno contro il quale sembra impossibile combattere. Ci si concentra troppo spesso sulla punta dell’iceberg, sui venditori stessi che, invece, sono solo il terminale di una catena economica molto più lunga e strutturata. Sui loro cartoni infatti è in vendita merce di ogni genere che viene prodotta, impacchettata e distribuita in maniera capillare su scala globale. La stessa paccottiglia che si trova in vendita a via Chiaia la si ritrova a Londra, a Parigi, a Berlino. Un mercato enorme che collega le economie sommerse del mondo e che utilizza le stesse tratte commerciali dei mercati leciti globalizzati.
Questi uomini che si muovono correndo e scappando per la città, che sono costretti ad una contrattazione continua con i compratori che approfittano della condizione di debolezza del venditore, che vivono ai margini e che sono uno dei simboli verso i quali si indirizza la rabbia di un Paese che si scopre sempre più impaurito, sono le vittime di una globalizzazione inarrestabile e violenta, che muove i popoli, produce ricchezza ma non ne distribuisce.
Sono questi uomini a prendersi le offese e ad essere il terminale di un odio ben più profondo. Eppure non sono loro a produrre la merce che vendono, non sono loro a distribuirla e non sono certo loro a godere dei profitti. Ma la loro presenza nelle strade li rende il punto verso il quale si indirizza in maniera autonoma e spontanea la rabbia. E così il piccolo commerciante, schiacciato dalla grande distribuzione che può aprire sette giorni su sette, 24 ore su 24 e che può fissare prezzi molto più competitivi, deve anche sopportare che ci sia chi davanti al suo bel negozio per il quale paga fitto e tasse altissime, possa vendere senza pagare nulla e senza dover nulla allo Stato.
Un cortocircuito che mette in contrasto i due soggetti che subiscono il processo economico e sociale negativo della globalizzazione. In più tra gli stessi che gridano a gran voce prima gli italiani e no alla camorra, c’è la maggioranza di chi acquista la merce degli abusivi, una merce che per essere commercializzata nelle strade napoletane non può non essere soggetta al controllo della criminalità organizzata.
Da sempre a Napoli, come altrove, l’abusivismo è stato giustificato come un male minore, come una soluzione umana alla difficoltà della vita con il monito lapidario: “tutti dobbiamo campare”. Eppure dietro l’abusivismo si nasconde chi gli illeciti li gestisce sempre, chi quando fiuta un business lo deve controllare e lo deve gestire, la camorra e la criminalità organizzata su scala globale. Dietro l’abusivismo di ogni tipo si nascondono i presupposti che fanno diventare l’Italia il Paese dei furbi dove chi aggira le regole vince. Per iniziare a combattere davvero questo fenomeno servirebbe concentrarsi nel capire i flussi economici e seguire le tratte commerciali di una filiera che è sempre più integrata ed efficiente e che non si ferma ai venditori locali ma ha dimensioni mondiali e coinvolge attori criminali di livello globale.
Se ci si ferma ad osservare i vigili che provano a rincorrere questi uomini disperati che difendono il loro carico di paccottiglia come se fosse oro, si ha la percezione chiara di quanto sia vano provare a combattere un effetto senza concentrarsi sulle cause.