Napoli, nonostante la memoria corta di molti, è stata la città delle grandi opere di urbanizzazione. Opere di servizio urbano che viste nei rendering e nei progetti mostravano una città avveniristica, una proiezione di una Napoli che avrebbe dovuto essere, di una modernità pulita e fresca.
La realtà però ci consegna opere infinite che non diventano mai la realizzazione di quei progetti, che non svolgono la funzione urbana e civile per la quale sono stati ideati e costruiti.
In questi giorni i lavori iniziati a Piazza Garibaldi che fanno parte del restyling del decoro urbano legato alla stazione della metropolitana, hanno riacceso le speranze e l’immaginazione dei Napoletani. In una piazza che vive il degrado quotidiano e inarrestabile, l’idea di un parco urbano con luoghi di socializzazione, di sport e di cultura, diventa una speranza di riqualificazione civile e sociale di uno dei luoghi più degradati della città.
Purtroppo però tra il dire e il fare c’è di mezzo la realtà dei lavori infiniti e fatti male. Un esempio chiaro di questa differenza tra ciò che si era immaginato e ciò che poi si è realizzato è sicuramente il Centro Direzionale, quell’insieme di grattacieli e palazzi moderni che sono stati costruiti tra Poggioreale e la Stazione Centrale.
Nell’area dove oggi sorge la cittadella futuristica, vi erano i cadaveri di industrie dismesse e negli anni sessanta, in pieno sviluppo edilizio, si ebbe l’idea di costruire un nuovo quartiere sulle macerie industriali dove ubicare per lo più uffici.
Gli anni passarono tra progetti bocciati e modificati e solo nel 1982 fu affidato all’archistar giapponese Kenzò Tange il compito di redigere un progetto. Intorno al 1985 iniziarono i lavori.
A firmare la progettazione dei grattacieli napoletani furono gli architetti più famosi del panorama mondiale, da Renzo Piano che progetto il palazzetto dell’Olivetti a Nicola Pagliara che invece disegnò le Torri del Banco di Napoli.
Oggi purtroppo il Centro Direzionale però non ha nulla a che vedere con il luogo pulito, vivo e futuristico che si vedeva nei progetti. La strada sotterranea che lo attraversa è un continuo susseguirsi di rifiuti. Le pavimentazione è saltata in molti punti. Le scale mobili non sono mai state aperte. Si aggirano senza tetto come zombie in uno scenario che dal tramonto all’alba sembra più adatto ad un fil horror che a una città viva. Le piazze e le strade immaginate nei progetti sono un deserto urbano spazzato dal vento. Gli edifici circostanti sono rimasti cadaveri industriali. Le fondamenta sprofondano di alcuni centimetri ogni anno a causa delle falde acquifere sottostanti. Questo agglomerato di grattacieli rimane un vuoto urbano, separato dalla città che non ha mai visto in questa cittadella né il suo presente, né il suo futuro.
Il Centro Direzionale, il primo cluster di grattacieli non solo italiano ma di tuta l’Europa meridionale, avrebbe dovuto rappresentare la capacità di far vivere Napoli in una nuova dimensione. La modernità espressa nell’altezza e nel vetro dei palazzi si è scontrata invece con una realtà che si esprime tutta nei grattacieli vuoti e nelle scritte enormi “si fittano uffici” sulle facciate di questi giganti rimasti voti e abbandonati.
Questo luogo è la rappresentazione, una delle tante, di una Napoli che avrebbe potuto essere e che semplicemente non è mai stata.
In questi giorni davanti ai tanti rendering futuristici che mostrano una città moderna e ordinata con parchi urbani e lunghe passeggiate ai bordi del mare, nessuno si emozione più. I napoletani sono ormai abituati alle tante Napoli che avrebbero potuto essere e che, purtroppo o per fortuna, non sono mai state realizzate.