Il tempo è troppo lento per coloro che aspettano. Lo sa bene il boss Cava Antonio, in questa notte che precede il 19 maggio, giorno denso di avvenimenti giudiziari per il boss quindiciano ‘Ndo ‘Ndo. Il giorno dopo si decide il suo futuro, la sua vita, innanzi a due autorità giudiziarie diverse, a Roma ed a Napoli. Infatti, domani mattina è fissata udienza innanzi alla Corte di Assise di appello Napoli - sezione IV -, relativa al processo per l’omicidio di Crescenzo Bossone ucciso sotto i colpi davanti alla sua abitazione a Moschiano il 23 marzo del 1988, omicidio scaturito dalla faida tra il clan Graziano ed il clan Cava.
Il caso dell’omicidio di Crescenzo Bossone è stato riaperto dopo venti anni. La svolta è arrivata dopo le dichiarazioni di due pentiti di camorra: Felice Graziano e Antonio Scibelli, due collaboratori appartenenti ai due clan rivali del Vallo di Lauro: i Graziano e i Cava. Secondo i due pentiti quello di Bossone Crescenzo fu un omicidio da inquadrare nella faida tra i Graziano e i Cava.
La vittima, cinque anni prima di essere freddata, fu oggetto di un altro attentato: gli spararono contro alcuni colpi di fucile mentre tornava a casa, ma fu ferito di striscio. A seguito di tali dichiarazioni la Procura Distrettuale Antimafia chiese ed ottenuto la riapertura del caso, disponendo anche una consulenza dattiloscopica su una unica impronta rinvenuta sull’auto utilizzata dal commando. E proprio tale impronta ha aggravato significativamente la posizione di Cava Antonio. Coraggiosa fu la scelta di optare per il rito abbreviato che portò alla assoluzione di Cava Antonio , a fronte di una richiesta di condanna all’ergastolo formulata dalla D.D.A.
Nella occasione, l’avvocato Dario Vannetiello del Foro di Napoli che difende il boss quindicese oramai in tutti i processi dall’anno 2009, sostenne con successo la genericità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma anche l’impossibilità da parte della perizia balistica di poter stabilire che i bossoli rinvenuti sul luogo del delitto, corrispondessero a quelli dell’arma, poi, sequestrata al boss quindicese. Soprattutto la difesa evidenziò la incompletezza del frammento dell’impronta rilasciata sul finestrino dell’auto utilizzata dal commando, impronta che secondo il consulente del P.M. appartiene a Cava Antonio.
Da qui la assoluzione per insufficienza di prove. La risposta della Procura D.D.A. non si è fatta attendere con immediata proposizione di un articolato atto di appello che dovrà domani essere valutato dalla Corte di assise di appello di Napoli il quale in caso di accoglimento potrebbe portare alla condanna all’ergastolo .
Ma, sempre domani, è attesa nel pomeriggio la sentenza della Corte di Cassazione – sezione I -, che dovrà decidere sulle pesanti condanne inflitte per associazione camorristica ed altri numerosi reati, tra cui quelle inflitte ai due capi storici Cava Biagio (anni 30) ed Antonio (anni 22 e mesi 6). Trattasi di un processo mastodontico : oltre ottanta le udienze svolte in primo grado ed oltre dieci quelle svolte in appello. La Corte di Cassazione uscirà in aula nel primo pomeriggio solo per la lettura del dispositivo in quanto le discussioni si sono già tenute lo scorso 20 aprile allorquando la Cassazione, in via del tutto eccezionale, ha dovuto disporre il rinvio per la complessità degli argomenti proposti.
Basti pensare che, solo nell’interesse di Cava Antonio, l’avvocato Dario Vannetiello ha introdotto con il ricorso, caso eccezionale, ben 18 motivi di censura alla sentenza di appello.
È immaginabile, a questo punto, la trepidante attesa di Cava Antonio per i due importanti esiti, pure da detenuto al regime del carcere duro di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Ma per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.
Paola Iandolo