Pasquale Marinelli era un giovane pompiere, quella sera. Era il 23 novembre del 1980. La terra tremò, con una forza mai vissuta per un territorio tra Irpinia e Basilicata, che si scoprì improvvisamente fragile, drammaticamente impreparato alla calamità, alla terra che da madre si rivelò imprevedibilmente e spietatamente matrigna.
Lui, Marinelli, ex capo squadra in pensione, oggi sul palco del Gesualdo, in occasione delle celebrazioni degli ottanta anni del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ha raccontato la sua storia, che è quella di tutti gli altri colleghi, da sempre in prima linea per soccorrere le persone, da ottanta anni sempre al fianco dei cittadini.
Li chiamano angeli da allora, perché prima della Protezione Civile, c’erano solo loro. Scavò a mani nudi, Pasquale Marinelli, tra le macerie. Pasquale con gli altri salvarono vite. Le celebrazioni di oggi, non a caso, sono partite da Avellino, luogo simbolo del pronto intervento di alto rischio di questi eroi del quotidiano. Lui, con la semplicità che caratterizza chi veste quella divisa, non ama farsi chiamare eroe. “E’ la nostra funzione, chi fa il vigile del fuoco lo fa con devozione e naturale propensione ad aiutare, ad intervenire. Il nostro è un istinto a prestare soccorso - racconta con gli occhi grandi e nel suo sguardo scorrono come i frame di un film, che è reale, le immagini dei tanti interventi prestati in Italia -».
Marinelli fu uno dei primi ad intervenire quella sera del 23 novembre del 1980. Turno C. Alle otto Pasquale avrebbe smontato con gli altri. Mancavano scarsi venti minuti e la terra tremò.
«No, non era come oggi. Nessuno capiva, nessuno sapeva - racconta -. Non c’erano unità di crisi e raccordi telematici o informatici, per avviare e raccordare i soccorsi. Salimmo a bordo dei mezzi e partimmo. Io e un mio collega fummo mandati a San Michele di Serino. Arrivammo in un borgo tra nebbia, grida. Era un paese sepolto. Pensai fosse un incubo. Pensai non potesse essere vero quello che vedevo. Camminavamo sulle macerie. Ci venne incontro una donna, gridava che la chiesa di San Michele era crollata. Ci disse che sotto le macerie c’era don Pasquale, il parroco. Fu allora che, seguendo istinto e intuito, provai sul campo le cosiddette tecniche di localizzazione. Acuimmo i sensi per localizzarlo. Ci facemmo guidare dai lamenti e dalle poche indicazioni forniteci dalla donna, per capire dove potesse essere sepolta la sagrestia.
Credetemi è stata una esperienza diretta sul campo. Analizzammo le macerie capendo come fosse caduta la chiesa, in che direzione si potessero essere spostati gli ambienti del fabbricato. Decidemmo di muoverci con coraggio tra polvere macerie e rischi. Lui invocava il nostro aiuto. Ricordo i suoi lamenti: “chiamate i pompieri, aiutatemi”.
Lo tranquillizzammo gli dicemmo: “siamo qui”. Pian piano scavammo con tenacia fino ad estrado vivo. Una gioia enorme. Poi continuammo a soccorrere persone. Una lotta contro il tempo».
Ricorda ancora l’odore acre della polvere mista all’aria pesante e diventata torrida, in maniera così inusuale per un giorno di novembre. «Ogni volta che aiutavamo qualcuno ci ricaricavamo oltre ogni forza umana possibile. Eravamo tutti instancabili. Capimmo senza parlarci che bisognava fare presto. Poi, in seguito, vennero i soccorsi, il volontariato da fuori, ma le prime ore furono un dramma senza fine».
Di emergenze Pasquale ne ha affrontate molte altre nel suo lavoro. «Tanti terremoti ho vissuto. Ho un ricordo assemblato, come fosse una carrellata, dei volti delle vittime. Gioia mista a disperazione in quei volti. I loro occhi umidi i visi sporchi di polvere, le ferite. Poi c’è stato nel 2002 un altro evento sismico che mi ha segnato profondamente. Il terremoto a San Giuliano di Puglia.
Una scuola crollata. I bimbi sotto le macerie e la disperazione che cresceva nel sentire piangere quelle piccole creature. Nel punto dove riuscimmo ad intervenire noi salvammo nove bambini. Aprimmo un varco, piano piano i piccini a carponi venivano fuori. Abbracciai tirandoli fuori con gli altri ogni singolo bimbo e bimba. Tutti lo facemmo in un momento di incontenibile felicità. Li baciavamo e li abbracciavamo tutti. Per noi è stata l’esperienza più bella, con il peso nel cuore di sapere che purtroppo altri piccini e una maestra non ce l’avevano fatta. Ma ogni vita salvata, in quei momenti ci spinge solo ad operare infaticabilmente senza pensare a noi stessi e all’inferno che c’è intorno».