Ancora un suicidio: il secondo in meno di ventiquattro ore. Ne ho scritto e ne scrivo non perchè nel mio archivio siano finiti altri due casi, o per puro spirito statistico. Non mi interessa aggiornare i dati, né elencare quelli precedenti per stilare un bilancio che si fa sempre più drammatico. Me ne occupo perchè sono convinto che sia giusto, senza dimenticare mai il rispetto per chi ha compiuto una scelta così tragica – lo stesso rispetto che va riservato a chiunque- informare l'opinione pubblica.
Ignorare il fenomeno, far finta che non esista in nome di una ipocrisia che non può appartenere a chi ha il dovere di raccontare, sarebbe l'opzione più semplice. Anche la più comoda. In fondo, a pensarci bene, il problema è di chi si toglie la vita e dei suoi familiari. Ma non è così. Perchè, dietro ogni esistenza spezzata, si nasconde una storia che chiama in causa ciascuno di noi. La nostra capacità di relazione, l'attenzione che mostriamo nei confronti degli altri, l'insofferenza che dimostriamo quando ci troviamo al cospetto di situazioni che gridano aiuto.
Nessuno immagina una indebita intromissione nella sfera privata, ma quando quelle vite all'improvviso si spengono, non è possibile restare indifferenti e rinchiudersi nel guscio della nostra apparente tranquillità. Perchè quelle vite rimandano ad un sistema che non è stato in grado di supportarle quando ne avevano bisogno, ad una rete sociale che avrebbe dovuto includerle e non emarginarle perchè rappresentavano un momento di disturbo. Una diversità, anche temporanea, che dovrebbe spingerci ogni giorno a non voltare lo sguardo dall'altra parte, ma a guardare in faccia una realtà nella quale si moltiplica il disagio scatenato da mille motivazioni.
Perchè, anche se crediamo il contrario, è aumentata la nostra solitudine. Lo sappiamo, eppure allontaniamo l'idea che ci possa essere qualcuno che non ce la fa a sopportarla. Un riflesso istintivo, un comprensibile sentimento di autoconservazione che cozza, però, con lo sforzo che tutti dovremmo fare, a tutti i livelli, per innalzare il nostro tasso di comprensione, il nostro livello di riflessione su coloro che ci appaiono meno 'forti'.
Evitando giudizi sommari, che fanno ancora più male, su quanti hanno deciso che non valeva più la pena di andare avanti. Hanno nomi e cognomi. Non sono numeri da aggiungere agli altri, ma persone che abbiamo magari incontrato in strada o al supermercato. Ora non ci sono più. Si sono lasciate alle spalle una scia di dolore. Non possono essere rimosse, pesano anche sulla coscienza collettiva. E ci fanno sentire tutti sconfitti.