Napoli

Le notizie di cronaca di Napoli degli ultimi mesi mostrano una città che vive una guerra quotidiana. Una guerra sporca che coinvolge i bambini. I bambini separano e vengono sparati, ammazzano e vengono uccisi, sono carnefici e vittime di un sistema culturale, politico ed istituzionale che si ritrae davanti ai problemi reali. 

Dall’agguato di San Giovanni, consumato davanti ad una scuola dell’infanzia con le immagini di quello zainetto rosso proprio di fianco al corpo di un uomo ammazzato, passando per la sparatoria di piazza Nazionale che ha visto coinvolta la piccola Noemi di solo 4 anni, per arrivare alla sparatoria di questa notte che è iniziata a via Toledo ed è continuata con il killer che entrato senza alcun problema nell’ospedale Pellegrini per completare il lavoro lasciato a metà e che ha fatto fuoco ad altezza uomo tra la folla, lo stato di guerra è una realtà. 

Si addensano in queste ore le dichiarazioni della politica e delle istituzioni. Le stesse parole ripetute ad ogni tragedia sfiorata. Le stesse belle intenzioni rinnovate ad ogni evento violento. Gli stessi attacchi e le stesse inutili contrapposizioni per far pesare la responsabilità su di uno o sull’altro. 
Mentre la politica cinguetta e si accapiglia, Napoli si abitua alla violenza. Il popolo partenopeo si ferma a pregare ma non si mobilita in maniera vera, non si ribella contro un potere criminale che dilaga. Per quanto si possa continuare a raccontare che i vecchi clan camorristici sono stai battuti, decimati e depotenziati, le nuove leve della camorra nascono e crescono e maturano nello stesso humus di sempre, fatto di assenze e di mancanze, di vuoti istituzionali, culturali e politici che rendono la città fragile e le fasce più disagiate sempre più deboli e sole. 

Il problema non è un singolo ministro, un singolo amministratore o un singolo cittadino. La realtà è più profonda e ha bisogno di un moto di cambiamento e di reazione forte che superi l’indignazione del momento, che rompa le paure di sempre e che inizi davvero a riempire quei vuoti nei quali è cresciuta la vecchia camorra e eni quali prospera la nuova.
È inaccettabile che davanti ad un continuo racconto di violenza senza freni, si continui a narrare di una città che rinasce. È assurdo che per giorni dovremmo sentirci ancora le solite menate sui napoletani omertosi e incapaci di essere civili. È impensabile che si possa riprendere il pregiudizio stupido e banale del “fino a quando si ammazzano tra di loro, tutto bene”.

A Napoli c’è una guerra e le vittime coincidono spesso con i carnefici, lo Stato, quell’entità fatta da un popolo, dalle sue istituzioni e delle sue strutture, dovrebbe iniziare a combatterla questa guerra. Non basteranno certo altri uomini delle forze dell’ordine, non servirà altro controllo, altra repressione. È arrivato il momento di combattere in maniera concreta la causa che è alla base del potere criminale e della sua espansione. È giunta l’ora di riportare nei quartieri la cultura, il lavoro, le opportunità, di ridare speranze e futuro ad intere generazione, di abbattere i modelli culturali odierni per crearne di nuovi, positivi e civili. A farlo devono essere le istituzioni, la politica, la cultura e quella borghesia napoletana che da sempre è rintanata nella sua comoda indifferenza.

Lo Stato a Napoli deve ricominciare a fare lo Stato e lo potrà fare solo se la politica esce dal flusso di agenzie e di propaganda per riconnettersi con la realtà di una città che si è abituata a non essere governata ma che ha bisogno di scoprire il valore della normalità.