Alla fine è andata come tanti avevano pronosticato all'inizio. Perchè poi in qualche maniera i conti tornano sempre. L'Hellas Verona è tornata in A, con buona pace di tutti. Ha fatto come quegli studenti che si trascinano stancamente per tutto l'anno scolastico e poi con un'interrogazione brillante in extremis ottengono la promozione. Complessivamente la squadra veneta non avrebbe meritato di tornare nella massima serie. Aveva chiuso la stagione regolare in preda ad una crisi di nervi, con quei 52 punti che sarebbero stati 49 senza la vittoria a tavolino in avvio a Cosenza e non sarebbero valsi nemmeno i play off. Ha chiuso con l'esonero di Grosso a due giornate dal termine, togliendo i piedi dal baratro (un punto nelle ultime cinque partite) con un pizzico di fortuna nella sfida conclusiva contro il Foggia. La squadra gialloblù ha avuto bisogno del pragmatismo di Alfredo Aglietti, tecnico ben poco valorizzato in B, che le ha tolto l'etichetta di sognatrice e gli ha appiccicato addosso quella ben più reale della cadetteria. Non ha fatto sfracelli nei play out (tre vittorie, una ai supplementari, un pareggio, una sconfitta), ma quello che bastava per varcare lo stargate della promozione. Alla fine, se liberi la mente di giocatori del calibro di Di Carmine, Laribi, Zaccagni, Gustafson, Handerson, Pazzini, ottieni quello che la cifra tecnica di questi atleti garantisce.
Molti ieri sera si sono affannati a fare paragoni tra la finale di Verona e la sfida del Benevento con lo stesso Cittadella. Inevitabile. Ma anche difficile da raffrontare. Quello che viene da sottolineare è che ancora una volta il risultato dell'andata sia stato condizionante per tutto quello che è avvenuto al ritorno. Il 2 a 0 dell'andata per la squadra di Venturato ha fatto sì che al Bentegodi giocasse una partita prevalentemente difensiva, preoccupata di dover conservare quel vantaggio che aveva raccolto. Diversi i pensieri che l'avevano spinta al Vigorito, dove pur schiacciata per oltre mezz'ora nella sua area, aveva sempre giocato con l'intento di poter andare a fare qualcosa in attacco (poi i gol sono arrivati, più per demerito dei giallorossi che per merito del Citta). Al Bentegodi si è vista la versione peggiore della squadra di Venturato, tutta a difesa della vittoria dell'andata. Perchè il risultato della prima gara condiziona, eccome. Così come è accaduto per il Verona che ha saputo trarre da quella sconfitta gli stimoli giusti per fare una partita arrembante e dare la stura alle sue qualità tecniche.
Una cosa non potremo mai negarla: l'Hellas era una squadra costruita per vincere e aveva qualità tecniche al top della categoria (oltre a quelli che hanno giocato aveva in rosa gente come Marrone, Ragusa, Almici, Munari, Colombatto, Crescenzi). Dopo una stagione in cui era stata bistrattata da tutti e soprattutto dai sui tifosi, ha incontrato le congiunture giuste. Ed ha vinto. E' il calcio, come la vita.