Avellino

Quando la scorsa estate Santiago Eduardo Morero scelse di ripartire dalla Serie D, l'Avellino targato Sidigas non aveva neppure le maglie biancoverdi. Sugli spalti del “Castagneto” di Sturno volti spaesati, increduli: quelli dei tifosi, attanagliati da un senso di incredulità diffuso; accomunati da una rabbia pressoché tangibile, al punto di meditare di mollare tutto per il senso di sconforto di ritrovarsi sprofondati, nove anni dopo, ancora una volta nell'inferno della vecchia Interregionale, nonostante gli sforzi per contribuire a centrare la salvezza sul campo, al “Liberati” di Terni. Da agosto a ieri.

Sembra passata una vita, sono solo pochi mesi. Gli incubi hanno lasciato spazi a sogni. Perché scrollatasi di dosso una partenza con tutte le difficoltà annesse dall'essere in cantiere aperto; mandata in archivio la clamorosa rimonta ai danni del Lanusei e festeggiato la promozione in Serie C, Santiago Eduardo Morero ha alzato un'altra Coppa: da quella per la vittoria del girone G a quella da mettere in bacheca per il titolo di Campione d'Italia di categoria. La ricetta? Cuore e testa. Nel dettaglio, proprio quella del capitano, lesto a replicare, in avvio di ripresa, al vantaggio del Lecco, firmato da Capogna. Poi l'apoteosi dagli undici metri.

E così 6 anni dopo l'Ischia Isolaverde, un'altra campana si cuce il tricolore sul petto: potrà sfoggiarlo nella prossima annata agonistica, tra i professionisti. Al “Curi” di Perugia si è, dunque, chiuso, o almeno ha iniziato a chiudersi un cerchio: dalle lacrime di dolore per l'esclusione dal campionato di Serie B, dove i lupi puntano a tornare nell'arco delle prossime due stagioni, a quelle di gioia al momento sollevare verso il cielo umbro (altro segno del destino, ndr) il trofeo consegnato tra le mani dell'argentino dal presidente della LND, l'avellinese doc Cosimo Sibilia, che, da par suo, ha mantenuto l'aplomb istituzionale, non riuscendo, però, a celare, un più che perdonabile sorriso e un pizzico di emozione. Scontato sottolinearne il motivo. L'estrema sintesi? La storia che premia una nuova storia.

Di cui un'altra pagina, poco meno di 24 ore fa, è stata scritta ai calci di rigore. Manco a dirlo grazie alla rete di Morero, decisivo pure dal dischetto; dal gol di Di Paolantonio; da una parata di Lagomarsini e altri tre errori degli uomini di Gaburro. Sì, l'Uesse sta tornando: nel giro di un mese lo sarà pure nel nome, oltre il logo, già simbolo in grado di chiamare a raccolta un popolo anche tra i dilettanti; sapientemente protetto, custodito e consegnato tra le mani della SSD di De Cesare dall'associazione “...Per la Storia...”. A fargli compagnia, sulle maglie formato 2019/2020, ci sarà lo scudetto. È proprio vero: ciò che non uccide, fortifica. Occhio all'Avellino, che ha smesso, da tempo, di leccarsi le ferite e dà percezione di essere famelico, forse come non mai.