Benevento

Le parti interessate hanno discusso questa mattina, offrendo le loro argomentazioni al vaglio del gip Loredana Camerlengo, che ora dovrà stabilire se scrivere la parola fine – è quanto hanno chiesto la Procura e, in scia, le difese – o disporre un prosieguo (o l'imputazione coatta) – la soluzione sollecitata dai familiari della vittima – dell'indagine su diciassette medici del Rummo nei confronti dei quali, a vario titolo, sono state ipotizzate condotte colpose nella morte di Rocco Laudato, 57 anni, impiegato, di Casalduni, il cui cuore si era fermato per sempre alle 7 del 19 dicembre 2016 al pronto soccorso dell'ospedale, dove si trovava da tre giorni.

Secondo una prima ricostruzione, tutto era iniziato il 16 dicembre, quando il 57enne, che dopo un precedente accesso al Rummo era tornato a casa, era stato trasportato, a quanto pare per un problema neurologico, al pronto soccorso, dove era rimasto, seduto su una sedia - aveva raccontato la moglie-, per una probabile mancanza di posti letto nel reparto nel quale doveva essere ricoverato, fino al momento in cui era deceduto.

La denuncia della coniuge, assistita dall'avvocato Antonio Leone, aveva innescato un'indagine a carico dei diciassette medici e la fissazione dell'autopsia, eseguita dalla dottoressa Natascia Pascale, che aveva individuato in un tamponamento cardiaco la causa della morte.

Di qui, dopo aver escluso profili di responsabilità, la richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore Marcella Pizzillo (e opposta dai familiari dell'uomo) per i diciassette sanitari, difesi dagli avvocati Angelo Leone, Grazia Luongo, Vincenzo Sguera, Viviana Olivieri, Sergio Rando, Alberto Mignone, Luca Cavuoto, Nazzareno Fiorenza e Giuseppe Fusco.